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LO STUDIO COMMENTA: il Tribunale di Ancona riconosce il diritto al suicidio assistito

Lo Studio legale Rolli & Partners commenta l’ Ordinanza del Tribunale civile di Ancona, del 9 giugno 2021. Per la prima volta un Tribunale applica la celebre sentenza Cappato della Corte costituzionale e afferma un vero e proprio diritto del paziente al suicidio assistito.

A cura di: Avv. Claudia Ruffilli – Studio legale Rolli & Partners

Con il termine EUTANASIA si intende l’intervento medico che prevede la prescrizione e la somministrazione diretta di un farmaco letale, al paziente che ne faccia richiesta e che soddisfi determinati requisiti. L’eutanasia vera e propria viene praticata in Svizzera. Al momento, invece, in Italia costituisce reato, rientrando nelle ipotesi punite dagli articoli 579 (omicidio del consenziente) e 580 (aiuto al suicidio) del Codice Penale.

A partire dalla rivoluzionaria sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale (nota come sentenza Cappato sul caso di Dj Fabo) in Italia è possibile, però, richiedere il SUICIDIO MEDICALMENTE ASSISTITO, ossia l’aiuto indiretto al suicidio da parte del sistema medico, il quale è possibile in presenza di determinati requisiti, stabiliti dalla sentenza stessa. Tuttavia, in mancanza di tali requisiti, che vedremo, il suicidio assistito, così come l’eutanasia, continua ad essere punito in Italia (art. 580 del Codice Penale, aiuto al suicidio).

Da tenere distinta dal suicidio medicalmente assistito è, invece, la SOSPENSIONE DELLE CURE VITALI (o eutanasia passiva), introdotta in Italia dalla Legge n. 219 del 2017, nota come Legge sul testamento biologico, che ammette la possibilità che un soggetto decida anticipatamente di sospendere le cure che permettono di rimanere in vita, per il caso futuro che si trovi in stato di incapacità di decidere (ad esempio in coma). Anche in questo caso, se un soggetto non ha lasciato disposizioni circa le proprie volontà future non è possibile agire e sospendere le cure vitali senza incorrere nei reati sopra citati.

In questo contesto si inserisce l’Ordinanza del Tribunale di Ancona del 9 giugno 2021, di fondamentale importanza nel continuare il cammino intrapreso dalla giurisprudenza per arrivare a introdurre in Italia una legge che regoli il diritto al suicidio assistito, che tutt’ora si fa attendere.

Leggi qui il testo dell’Ordinanza: OrdinanzaTribunaleAncona-suicidioassistito

Il CASO DI ANCONA

La vicenda è quella di un uomo che, divenuto tetraplegico a seguito di un incidente stradale, si è rivolto all’Azienda Sanitaria Locale per ottenere l’accesso al suicidio tramite prescrizione del farmaco letale. L’ASL tuttavia ha rigettato la richiesta. L’Azienda ha infatti sostenuto il proprio diritto a rifiutare la richiesta, sulla base del fatto che la sentenza della Corte Costituzionale non fonda un vero e proprio diritto del paziente a pretendere la collaborazione dei sanitari nell’attuare la sua decisione di porre fine alla propria vita. A fronte di questo diniego il paziente ha presentato una istanza al Tribunale di Ancona, che inizialmente ha respinto la richiesta del paziente. Tuttavia, a seguito di ulteriore reclamo, il Tribunale ha ribaltato la decisione stabilendo che l’Azienda Sanitaria delle Marche è obbligata, su richiesta del paziente, a verificare se sussistano i criteri previsti dalla pronuncia Cappato che scriminerebbero l’aiuto al suicidio, nonché a verificare se le modalità, la metodica e il farmaco prescelti siano idonei a garantirgli la morte più rapida, indolore e dignitosa possibile. Nel caso di sussistenza dei requisiti necessari l’ASL dovrà accogliere la richiesta di suicidio medicalmente assistito.

E’ la prima volta che viene riconosciuto il diritto di un soggetto al suicidio assistito, ossia a pretendere che l’Azienda Sanitaria effettui gli accertamenti necessari per il suo accesso al suicidio tramite farmaco letale. Nel testo della pronuncia resa dai giudici di Ancona si legge proprio che il paziente:

“ha diritto di pretendere (…) l’accertamento, con riferimento al caso di specie, della sussistenza dei presupposti richiamati dalla sentenza n. 242/2019 della Corte Costituzionale ai fini della non punibilità di un “aiuto al suicidio” praticato in suo favore da un soggetto terzo..”.

Ma che cosa dice la legge italiana a riguardo? E quali sono i criteri dettati dalla sentenza della Corte Costituzionale?

LA LEGGE ITALIANA

Un passo avanti verso il diritto al suicidio assistito è già stato fatto con la Legge n. 219 del 2017, la quale ha regolamentato le disposizioni anticipate di trattamento (DAT), conosciute comunemente come “testamento biologico”. Ogni persona maggiorenne e capace di intendere e volere può lasciare anticipatamente le proprie indicazioni ai medici circa i trattamenti sanitari di “fine vita” che in futuro vorrà accettare o rifiutare nel momento in cui si trovasse in una condizione di malattia irreversibile, tale da compromettere le sue capacità di coscienza o di espressione. Questo per evitare che si ripetano situazioni come quella del noto caso Englaro sulla interruzione della terapia di sostegno vitale.

La legge italiana non regola, però, il caso di aiuto al suicidio, che anzi, è punito dall’articolo 580 del Codice Penale (aiuto al suicidio). In questo senso è, però, intervenuta la giurisprudenza. Vediamo come:

I CRITERI DI ACCESSO AL SUICIDIO ASSISTITO

Come sappiamo, i giudici della Corte Costituzionale, nella famosa e rivoluzionaria sentenza sul caso Cappato-Dj Fabo del 2019, hanno dichiarato l’incostituzionalità (ossia il contrasto con i principi della nostra Costituzione) dell’articolo 580 del Codice Penale. In particolare la norma punisce con la reclusione da cinque a dodici anni il cosiddetto aiuto al suicidio. Orbene, tale norma, secondo i giudici supremi, risulta incostituzionale almeno in una sua parte; mancherebbe cioè una esclusione della punibilità nel caso in cui il soggetto che ha agevolato il suicidio di un’altra persona lo abbia fatto in presenza di determinate condizioni, come per esempio le insopportabili sofferenze di quest’ultima. Nello specifico i criteri di esclusione della punibilità introdotti dalla Corte Costituzionale sono i seguenti. La persona richiedente l’accesso al suicidio assistito deve essere:

  1. pienamente capace di intendere e volere;
  2. tenuta in vita da un trattamento di sostegno vitale;
  3. affetta da una patologia irreversibile che provochi sofferenze intollerabili.

Queste condizioni devono essere verificate da una Struttura Sanitaria. In presenza di queste circostanze è possibile eseguire le procedure di suicidio tramite farmaco senza incorrere in alcun reato.

Ma che cosa si intende per trattamento di sostegno vitale?

Il TRATTAMENTO DI SOSTEGNO VITALE NEL CASO WELBY/CAPPATO

E’ stato di importanza fondamentale, e non può non citarsi, anche un ulteriore passo in avanti della giurisprudenza, ossia la sentenza della Corte di Assise di Massa del luglio del 2020 (confermata dalla Corte d’Assise d’Appello di Massa) nel caso Trentini (o caso Welby / Cappato). La Corte in quella occasione ha, infatti, interpretato uno dei criteri introdotti dalla Corte Costituzionale, quello di “trattamento di sostegno vitale”, allargandone le maglie. Difatti, nella pronuncia Cappato il paziente (Antoniani, noto come Dj Fabo) era tenuto in vita da una macchina, mentre nella pronuncia Welby / Cappato il paziente (Trentini), affetto da sclerosi multipla, era tenuto in vita da una terapia farmacologica. Dunque, se fino al 2020 il trattamento vitale veniva inteso come trattamento assicurato tramite macchinari, la pronuncia del luglio dell’anno scorso ha fatto rientrare nella nozione anche il trattamento farmacologico. In questo modo è consentita l’esclusione dal reato di aiuto al suicidio anche in caso di paziente sottoposto a un trattamento vitale di tipo farmacologico.

 

Ben si comprende come pronunce del genere siano fondamentali in un sistema giuridico come il nostro, nel quale il diritto alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione vengono tutelati dalla Carta Costituzionale ma dove si assiste ancora al silenzio del legislatore su questa tematica che sta assumendo sempre più importanza.

 

Riferimenti Studio legale Rolli & Partners: 051 – 235270, segreteria@studiolegalerolli.it

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