LA TUTELA DEGLI ANZIANI DA TRUFFE E RAGGIRI
Ottobre 19, 2020
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La riabilitazione penale. La riabilitazione speciale a favore dei minorenni

E’ bene sapere che è possibile “ripulire” la fedina penale ed eliminare gli effetti negativi di una condanna. Essere pregiudicati, ossia avere menzione dei propri precedenti penali nel certificato (o fedina) penale, può comportare problemi in caso di concorsi, assunzioni o colloqui di lavoro. Come fare, dunque? Uno degli strumenti messi a disposizione dall’ordinamento per “ripulire” la fedina penale è la riabilitazione, in grado di estinguere le pene accessorie e ogni altro effetto susseguente alla condanna. E cosa accade ad un soggetto che ha compiuto il reato da minorenne? L’art. 24 del R.D.L. n. 1404/1934 prevede l’istituto della riabilitazione speciale in parola, sfruttabile fino ai venticinque anni di età, che fa cessare le pene accessorie e gli altri effetti civili e penali derivanti dalla sentenza di condanna o di proscioglimento per i fatti commessi dai minorenni.

La riabilitazione: i presupposti e gli effetti del procedimento disciplinato dal Codice Penale, agli articoli 178 e 179, e le differenze con la riabilitazione speciale in favore dei minorenni.

A cura di: Avv. Claudia Ruffilli

SOMMARIO: 1) Introduzione: il casellario giudiziale – 2) I presupposti e le preclusioni per chiedere la riabilitazione – 3) Gli effetti e la procedura di riabilitazione – 4) La riabilitazione speciale in favore dei minorenni – 5) In conclusione

1) Introduzione: il casellario giudiziale

Il certificato penale, o fedina penale, raccoglie tutte le condanne penali passate in giudicato, ossia definitive e quindi non più impugnabili, di ogni singolo cittadino. Esistono due fedine penali: quella ad uso dei privati e quella “a uso giustizia”. La prima è normalmente richiesta in caso di concorsi, assunzioni o colloqui di lavoro; la seconda, invece, è quella che viene richiesta in casi molto particolari e che viene esaminata, nel caso di un processo, dal giudice, il quale deve essere sempre aggiornato sui precedenti di un imputato.

Diverso dalla fedina penale è, invece, il certificato dei carichi pendenti che permette di raccogliere solo i procedimenti attualmente in corso, a carico di un soggetto.

Ad ogni modo, la persona che desidera cancellare gli effetti di una condanna penale, “ripulendo” la sua fedina penale, può chiedere la riabilitazione. Da una parte si può sostenere che la riabilitazione costituisca un incentivo ad un comportamento rispettoso delle regole di buona condotta; per altro verso, la concessione della riabilitazione costituisce un premio per il condannato, per la condotta positiva tenuta, estinguendo gli effetti penali della condanna.

Per effetti della condanna si intendono le conseguenze giuridiche di carattere afflittivo, caratterizzate da natura sanzionatoria.

Dunque, le condanne passate in giudicato vengono tutte iscritte sul casellario giudiziale (o certificato penale, o fedina penale), sebbene non tutte siano visionabili da parte del cittadino, questo perché per alcuni reati meni gravi o per determinati tipi di sentenze (ad esempio il patteggiamento) è concesso il beneficio della non menzione nel casellario.

È importante evidenziare che il procedimento di riabilitazione non cancella il precedente dal casellario giudiziale, ossia non rende nullo il casellario giudiziale penale, bensì aggiunge una annotazione per l’intervenuta riabilitazione. Pertanto, ad eccezione di alcune ipotesi particolari (come ad esempio le condanne emesse dal giudice di pace per reati lievi), le iscrizioni non si cancellano. Tuttavia, per limitarne gli effetti negativi, si può ricorrere alla riabilitazione. Difatti, in virtù dell’articolo 3 del D.P.R. n. 313/2002 i provvedimenti che riguardano la riabilitazione sono annotati nel casellario giudiziario accanto alla sentenza di condanna alla quale si riferiscono. In questo modo il precedente non avrà più alcun effetto, ripristinando la facoltà giuridiche perse con la condanna.

Occorre a questo punto specificare, in relazione alle eccezioni sopra menzionate, che se il reato è di lieve entità e si sono realizzate determinate condizioni (quali, ad esempio, il decorso di 10 anni dalla condanna emessa dal giudice di pace) è possibile chiedere la effettiva cancellazione dell’iscrizione.

Per tutti gli altri reati ciò non è possibile. Condanna e riabilitazione compaiono nel certificato richiesto dagli uffici che esercitano la giurisdizione penale e dagli uffici del pubblico ministero, nonché dal difensore su autorizzazione del giudice procedente, nei casi previsti dalla legge.

Come chiedere il certificato penale?

Chi è interessato a prendere visione del certificato penale deve proporre apposita richiesta. La richiesta va presentata dall’interessato, o da persona da lui delegata, personalmente o per posta. Il certificato ha una validità di 6 mesi dalla data di rilascio.

Per il rilascio del certificato occorre effettuare alcuni pagamenti: i diritti di certificato, una marca da bollo ogni due pagine di certificato ed i diritti di urgenza se il certificato è richiesto con rilascio nella stessa giornata. Il rilascio avviene, invece, gratuitamente quando è richiesto, tra gli altri, per essere esibito nelle procedure di adozione, affidamento di minori, nelle controversie di lavoro, previdenza ed assistenza obbligatorie, in procedimenti nel quale l’interessato è ammesso a beneficiare del gratuito patrocinio, ovvero per essere unito alla domanda di riparazione dell’errore giudiziario.

La visura

Come già evidenziato, il casellario non mostra alcune iscrizioni, come le sentenze di applicazione della pena su richiesta delle parti (patteggiamento) o i decreti penali di condanna. Pertanto, per aver un quadro completo della situazione, occorre chiedere una visura. La Visura non ha efficacia certificativa e quindi non può essere esibita per finalità amministrative o per ragioni di lavoro, ma consente un controllo da parte dell’interessato dell’esattezza delle iscrizioni contenute nei registri del casellario. La richiesta di Visura deve essere presentata dall’interessato presso qualsiasi Procura della Repubblica, personalmente o per posta; la richiesta può essere presentata anche da persona diversa dall’interessato purché questa abbia specifica delega per la presentazione della domanda. La richiesta di visura non richiede alcuna motivazione e inoltre il suo rilascio non è soggetto al pagamento di diritti o bolli.

 2) I presupposti e le preclusioni per chiedere la riabilitazione

A norma dell’art. 179 Codice Penale, la riabilitazione è concessa quando sussistano alcune positive condizioni e sempre che non ricorrano situazioni ostative. Il legislatore stabilisce, infatti, che la riabilitazione venga concessa quando siano decorsi almeno tre anni dal giorno in cui la pena principale sia stata eseguita o si sia in altro modo estinta, e il condannato abbia dato prove effettive e costanti di buona condotta; il termine è di almeno otto anni se si tratta di recidivi, soggetti che, dopo esser stati condannati con sentenza definitiva per aver commesso un delitto con dolo, commettono un altro delitto doloso (si veda art. 99 Codice Penale) e di dieci anni se si tratta di delinquenti abituali, professionali o per tendenza: speciali categorie di soggetti caratterizzati da particolare propensione a delinquere e mancanza di senso morale e giudicati tali dalla legge come tali (si vedano articoli 102, 105 e 108 Codice Penale). Il condannato deve altresì avere provveduto al pagamento delle obbligazioni civili derivanti dal reato: si tratta delle conseguenze (di ordine civile e non penale) derivanti dalla commissione di un reato per cui il soggetto condannato è obbligato verso lo Stato al rimborso delle spese per il suo mantenimento in carcere, ed anche verso la vittima del reato, nei cui confronti si vi è un obbligo alle restituzioni e al risarcimento del danno.

Si procede, di seguito, all’analisi dei presupposti per poter chiedere la riabilitazione:

  • Decorrenza di un certo periodo di tempo

La concessione del beneficio richiede il decorso di un certo tempo, pari a tre anni a partire dall’esecuzione o dall’estinzione in altro modo della pena principale, inflitta con la condanna.

Il termine minimo, come abbiamo visto, è diversamente modulato in caso di pericolosità sociale del condannato: il termine è di almeno otto anni se si tratta di recidivi, e di dieci anni se si tratta di delinquenti abituali, professionali o per tendenza. Peraltro, il maggior termine per la concessione della riabilitazione ai recidivi, nel caso di una pluralità di sentenze di condanna, inizia a decorrere dalla data in cui la pena inflitta con l’ultima di esse è stata espiata o si è altrimenti estinta (anche se la recidiva sia stata riconosciuta con una sentenza precedente).

Ma che cosa si intende con esecuzione ed estinzione della pena principale?

Quanto all’esecuzione della pena, essa si compie nella data in cui il condannato ha terminato di scontare la pena (detentiva oppure le misure alternative o sostitutive); in caso di condanna ad una pena pecuniaria essa è eseguita nel momento in cui il condannato ha completato il pagamento (o ha terminato di scontare le sanzioni nelle quali la pena pecuniaria era stata convertita se si trovava in stato di insolvibilità, ossia impossibilità a pagare). Infine, nell’ipotesi di applicazione di pena detentiva congiunta a quella pecuniaria, ai fini del calcolo del termine minimo occorre avere riguardo alla data di esecuzione di entrambe le pene, perché entrambe pena principale del reato.

Risulta meno agevole individuare il momento di estinzione in cui la pena principale, giacché in questo caso è necessario fare riferimento a ciascuna singola causa di estinzione: nel caso di prescrizione della pena, ad esempio, il termine decorre dal compimento del periodo stabilito dagli artt. 172 e 173 ai fini della prescrizione; in caso di concessione di amnistia impropria e di indulto, invece, il termine sembra decorrere dalla data della entrata in vigore del decreto che li concede, sebbene sia necessario tenere presente che la Coorte di Cassazione si è espressa in senso contrario (si veda Cass. pen. n. 16540/2011): “il termine triennale per la concessione della riabilitazione decorre, in caso di condanna a pena condonata, dalla data di passaggio in giudicato della sentenza che ha applicato l’indulto e non da quella del provvedimento legislativo che l’ha concesso”. Similarmente l’estinzione per grazia sembra verificarsi nella data in cui entra in vigore il decreto presidenziale che la concede, mentre invece in caso di affidamento in prova al servizio sociale, il termine decorre dal momento in cui la prova si conclude.

A questo punto occorre altresì considerare il caso in cui per una condanna venga concessa la sospensione condizionale della pena prevista dal primo comma dell’art. 163 c.p.: in caso condanna alla reclusione o all’arresto per un tempo non superiore a due anni, o a pena pecuniaria che, sola o congiunta alla pena detentiva non superi i due anni, il Giudice può ordinare che l’esecuzione della pena rimanga sospesa per il termine di cinque anni, se la condanna è per delitto, e di due anni, se la condanna è per contravvenzione. In questo caso il termine per richiedere la riabilitazione decorre nello stesso momento dal quale decorre il termine della sospensione della pena. Questo secondo la norma di cui al già citato art. 179 c.p., sebbene anche in questa ipotesi  in Giurisprudenza si sia affermato l’orientamento opposto secondo cui anche nel caso di condanna con sospensione condizionale della pena la richiesta di riabilitazione può essere presentata quando siano decorso il termine minimo di tre anni dal passaggio in giudicato della sentenza, senza che occorra attendere il decorso del termine di cinque anni stabilito per dell’effetto estintivo della pena correlato alla sospensione condizionale. Secondo la Suprema Corte di Cassazione, stando ad una decisione espressa ormai nel lontano 1956, il decorso del termine è condizione per la concessione della riabilitazione, ma non per la presentazione della domanda la quale, quindi, se proposta in anticipo rispetto alla scadenza del termine, non è inammissibile. Infine, analizziamo il caso in cui sia stata concessa la sospensione condizionale della pena ai sensi del quarto comma dello stesso articolo 163 c.p.: è possibile, infatti, che venga concessa la sospensione condizionale per una pena non superiore ad un anno, quando sia stato riparato interamente il danno prima che sia stata pronunciata la sentenza di primo grado, mediante il risarcimento di esso e, se possibile, mediante le restituzioni, nonché quando il colpevole, entro lo stesso termine si sia adoperato spontaneamente ed efficacemente per eliminare o attenuare le conseguenze dannose o pericolose del reato; si parla in questo caso di riabilitazione c.d. breve ed è concessa allo scadere del termine di un anno dal verificarsi delle condizioni previste dall’art. 163, 4 comma, c.p.

  • Buona condotta

Proseguendo l’analisi condizioni necessarie per la concessione della riabilitazione, il requisito della buona condotta, di cui l’art. 179 comma 1, c.p. richiede che il condannato abbia dato “prove effettive e costanti” della propria buona condotta, sino al momento di proposizione della richiesta, o istanza, di riabilitazione. Per buona condotta si intende la risocializzazione del condannato, cioè la conformazione del comportamento di quest’ultimo successivo al fatto di reato, ai precetti del vivere civile. Costituiscono esempi di buona condotta: una occupazione stabile, un tenore di vita corretto e l’abbandono di ogni frequentazione illecita.

Chiaramente vengono considerate ai fini della valutazione della buona condotta anche le eventuali condanne passate in giudicato (definitive) a carico del soggetto successive alla condanna per cui si richiede la riabilitazione. Ma per quanto riguarda le semplici denunce? Secondo il prevalente orientamento della Cassazione le mere denunce o querele devono essere oggetto di una valutazione generale, attenta e complessiva, e ciò in ragione della presunzione di non colpevolezza, che costituisce un pilastro del diritto penale italiano: la semplice esistenza di una o più denunce (ed anche  la sola pendenza di un procedimento penale a carico del soggetto) per fatti successivi a quelli per i quali è intervenuta la condanna cui si riferisce l’istanza di riabilitazione, non può costituire da sola motivo di rigetto della richiesta di riabilitazione.

  • Pagamento delle obbligazioni civili

Oltre alla pena (e alla misura di sicurezza), dal reato derivano anche conseguenze di natura civile. Tra queste il codice penale prevede:

  • obbligazioni verso le vittime del reato
  • obbligazioni nei confronti dello Stato

Le obbligazioni derivano da reato si individuano nell’articolo 185 del Codice Penale e sono le seguenti:

1) obbligo del risarcimento del danno, patrimoniale e non patrimoniale, nei confronti del danneggiato

2) obbligo delle restituzioni, ossia ripristino della situazione di fatto preesistente rispetto alla commissione del reato

3)  obbligo di rimborsare all’erario dello Stato le spese per il suo mantenimento negli stabilimenti di pena durante l’esecuzione della pena e durante la custodia preventiva.

4) obbligo di rifusione nei confronti dello Stato delle spese processuali penali (le c.d. spese di giustizia).

Il primo sintomo dell’avvenuta risocializzazione del condannato, infatti, è costituito dal positivo interessamento di quest’ultimo nei confronti del soggetto offeso dal reato, che si concretizza nella riparazione delle conseguenze determinate dalla propria condotta illecita nei confronti di quest’ultimo. Viene da sé che l’assenza ingiustificata di un interessamento in tal senso costituisce un chiaro sintomo del mancato processo di risocializzazione del condannto.

L’obbligo di adempiere le obbligazioni civili derivanti da reato rileva anche qualora esse non siano richieste dal soggetto offeso dal reato, nè siano state dichiarate dalla sentenza penale di condanna, oggetto della richiesta riabilitazione, né da alcun’altra sentenza, penale o civile. Secondo la Suprema Corte è addossato quindi al condannato, nel caso che la persona danneggiata non abbia avanzato richieste risarcitorie, l’onere di assumere l’iniziativa per l’individuazione di un’adeguata offerta riparatoria.

Il soggetto è, tuttavia, ammesso a fornire la prova della impossibilità di adempiere tali obbligazioni. L’eventuale impossibilità di adempimento delle obbligazioni civili sussiste quando il condannato non disponga di mezzi patrimoniali che gli consentano di eseguire il risarcimento senza subire un sensibile sacrificio o le parti offese abbiano rinunciato al risarcimento oppure siano irreperibili; non è dunque necessario che l’interessato versi in stato assoluto di povertà, ma è sufficiente che non possa adempiere senza subire un sensibile sacrificio per sé o per la propria famiglia. Peraltro, una eventuale dichiarazione di fallimento del soggetto (e la successiva sua ammissione al concordato fallimentare) costituiscono prova di questo c.d. stato di insolvenza dello stesso e della conseguente impossibilità di adempiere alle obbligazioni civili nascenti dal reato, ma solo con riferimento al periodo di tempo immediatamente successivo alla chiusura della procedura fallimentare. In ogni caso, sussiste a carico dell’interessato uno specifico onere probatorio di avere fatto quanto in suo potere per adempiere alle obbligazioni civili o, al contrario, di dimostrare la impossibilità di adempiervi. Nel caso in cui il condannato alla pena pecuniaria sia insolvibile, l’art. 196 c.p. prevede l’obbligazione sussidiaria al pagamento, che sussiste a carico della persona rivestita dell’autorità o incaricato della direzione o della vigilanza sul soggetto condannato; qualora risulti anch’egli insolvibile, si applicherà l’art. 136 c.p., il quale stabilisce la conversione della suddetta pena pecuniaria in libertà controllata o lavoro sostitutivo.

Diversamente, in presenza di due fattori, la riabilitazione non può essere concessa. Questo accade quando:

1) il reo è sottoposto a misure di sicurezza, o a confisca, ed il provvedimento non sia stato revocato;

2) non sia stata eseguita l’obbligazione civile (come già visto), a meno che non dimostri che non sia in grado di soddisfarle.

L’art. 179 c.p. prevede, dunque, queste due condizioni ostative alla concessione della riabilitazione. La prima è costituita dalla circostanza che il condannato sia stato sottoposto a misura di sicurezza o confisca e il provvedimento non sia stato revocato: tale sottoposizione a misura di sicurezza segnala infatti la perdurante pericolosità sociale del condannato e smentisce inevitabilmente la sussistenza del requisito della buona condotta; d’altra parte, l’avvenuta revoca della misura eventualmente disposta sancisce la cessata pericolosità del soggetto e determina, dunque, il venir meno della preclusione alla riabilitazione. La seconda condizione ostativa alla riabilitazione consiste nel mancato adempimento delle obbligazioni civili derivanti dal reato, in assenza della prova da parte del condannato di essersi trovato nell’impossibilità di adempierle.

La riabilitazione dopo una sentenza di patteggiamento

Per il caso particolare delle sentenze di applicazione della pena su richiesta delle parti (patteggiamento), pronunciate ex art. 444 c.p.p., con le quali sia stata irrogata una pena detentiva non superiore a due anni (soli o congiunti a pena pecuniaria) l’effetto estintivo del reato si produce a seguito del decorso del tempo di cinque anni, quando la sentenza concerne un delitto, o di due anni, quando la sentenza concerne una contravvenzione. Per tali sentenze è quindi possibile chiedere la riabilitazione, decorsi 3 anni dalla condanna ma comunque prima dei 5 anni. Questo perchè l’estinzione, prevista per le sentenze di patteggiamento, ha un campo di applicazione ancora più ampio rispetto alla riabilitazione, dal momento che con essa si estingue altresì ogni effetto penale, tra cui naturalmente anche gli effetti penali della condanna che verrebbero eliminati dalla riabilitazione; in altri termini, in tale caso, il decorso del tempo di 5 anni fa da solo venire meno tutti gli effetti penali derivanti dal reato oggetto del patteggiamento e con essi anche gli effetti penali della condanna. Sarà inutile, trascorso il tempo di 5 anni, richiedere la riabilitazione, ma basterà chiedere l’estinzione, con costi molto inferiori (non vanno ad esempio pagate le spese processuali o pagati i risarcimenti). Per citare la giurisprudenza della Corte di cassazione (si veda Cass. pen., sentenza n. 44665/2004): “Non sussiste alcun interesse ad ottenere la riabilitazione quando l’interessato si è avvalso del procedimento ai sensi dell’art. 444 c.p.p. patteggiando la pena, in quanto in tal caso la legge prevede che con il decorso del tempo stabilito il reato si estingue”.

Tuttavia, a ben vedere, l’ambito applicativo del patteggiamento è stato ampliato dall’art. 1, L. 12.6.2003, n. 134, fino a ricomprendere la possibilità di patteggiare una pena che non sia superiore ai cinque anni, ma senza il tipico effetto estintivo del reato. Pertanto, per tali sentenze andrà chiesta la riabilitazione.

Infine, occorre sottolineare che anche nel caso in cui il condannato sia destinatario di una sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti il Giudice deve comunque accertare che l’istante si sia attivato ad eliminare le conseguenze civili del reato ovvero i motivi per i quali lo stesso non abbia potuto adempierle.

3) Gli effetti e la procedura di riabilitazione

La riabilitazione estingue le pene accessorie nonché ogni altro effetto penale della condanna. A seguito della sua dichiarazione, dunque, viene meno ogni effetto penale della condanna che permanga alla data della concessione della riabilitazione. Decorso poi un termine non inferiore a sette anni dalla riabilitazione, la pena è dichiarata estinta, quando il condannato abbia dato prove effettive e costanti di buona condotta.

Dunque la riabilitazione elimina le conseguenze della condanna, e nello specifico:

1) l’interdizione dai pubblici uffici, che priva il condannato del diritto di elettorato attivo e passivo, di ogni pubblico ufficio e di ogni incarico non obbligatorio di pubblico servizio, della qualità di tutore o di curatore, dei gradi e delle dignità accademiche.

2) l’interdizione da una professione ovvero da un’arte, che priva il condannato della capacità di esercitare, durante l’interdizione, una professione, arte, industria, o un commercio o mestiere, per cui è richiesto uno speciale permesso, una speciale abilitazione, autorizzazione o licenza dell’Autorità.

3) la perdita o sospensione dall’esercizio della responsabilità genitoriale, attribuita ai genitori al fine di proteggere, educare e istruire il figlio minorenne e curarne gli interessi

4) la perdita del diritto agli alimenti, ossia il diritto a ricevere assistenza materiale in caso di bisogno, cui sono tenuti coloro che sono legati da rapporto di parentela, adozione o affinità.

In definitiva, la riabilitazione ha effetto sulla la capacità giuridica del condannato (la capacità di essere titolare di diritti e doveri o più in generale di situazioni giuridiche) la quale, intaccata dalla sentenza di condanna, viene reintegrata nella sua pienezza per effetto della riabilitazione, rimettendosi in tal modo il soggetto riabilitato in condizione di operare nella società, nella posizione antecedente alla pronuncia di penale.

Tuttavia, per effetto di una c.d. clausola di salvezza inserita nell’art. 178, rimangono al di fuori dall’operatività della riabilitazione, gli effetti penali espressamente esclusi dalla legge: si tratta di quei casi in cui gli effetti penali della condanna non vengono eliminati dall’operatività della riabilitazione. In primo luogo, la clausola di salvezza fa riferimento all’istituto della sospensione condizionale della pena (il quale non può essere concesso a chi ha riportato una precedente condanna a pena detentiva per delitto, anche se è intervenuta la riabilitazione): se un soggetto, che sia stato riabilitato per una precedente condanna, riporta in un secondo momento un’ulteriore condanna, non potrà beneficiare in relazione a quest’ultima della sospensione condizionale della pena. In secondo luogo, si deve giungere alle stesse conclusioni con riferimento al perdono giudiziale per i minori degli anni diciotto. Qualora la pena detentiva non sia superiore nel massimo a due anni, o la pena pecuniaria non sia superiore nel massimo a cinque euro, il giudice può astenersi dal pronunciare il rinvio a giudizio per il soggetto minorenne, quando si può presumere che il minore si asterrà dal commettere ulteriori reati, concedendo pertanto il c.d. perdono giudiziale; anche l’applicazione del suddetto istituto è preclusa quando il minore abbia riportato una precedente condanna a pena detentiva per delitto, sia pur nel caso in cui sia stato riabilitato. Infine non si può dimenticare come rientri tra le ipotesi coperte dalla riserva di cui all’art. 178 c.p. anche l’iscrizione della sentenza di condanna nel casellario giudiziale: deve escludersi, infatti, che la riabilitazione comporti di diritto la cancellazione della sentenza dal casellario.

Come inizia la procedura di riabilitazione?

La riabilitazione si svolge secondo il procedimento di esecuzione e si conclude sempre con ordinanza, a meno che non vi sia inammissibilità, la quale viene dichiarata con decreto. Il tutto inizia con una istanza, diretta al Tribunale di sorveglianza ed è competente il Tribunale dove è stata emessa la sentenza di condanna; se non è applicabile quest’ultima regola di competenza, è competente il tribunale del luogo in cui fu pronunciata la sentenza di condanna (se più di una: quella diventata irrevocabile per ultima). Il procedimento di riabilitazione inizia, quindi, con una domanda dell’interessato (l’istanza può essere presentata anche senza l’ausilio di un avvocato), nella quale sono indicati gli elementi dai quali può desumersi la sussistenza delle condizioni richieste dall’art. 179 c.p. Inoltre, ove l’interessato abbia subito più condanne, e solamente per alcune di esse sia già maturato il termine previsto dall’art. 179, è ammissibile l’istanza di riabilitazione limitata solo ad esse, mentre la presenza di ulteriori condanne per fatti posteriori va esaminata dal giudice competente solo ai fini della valutazione di merito del requisito della buona condotta.

Cosa si deve allegare?

Prima di procedere con l’istanza per riabilitazione, conviene fare richiesta di copia del casellario penale e della visura, chiedendo presso il tribunale copia della sentenza di condanna. Sarà poi indispensabile contattare l’Ufficio Spese di Giustizia del Tribunale nonché le vittime e i danneggiati del reato al fine di concordare un risarcimento.

Come viene decisa la riabilitazione?

Il Tribunale decide in camera di consiglio, senza la presenza delle parti. Spetta al giudice la valutazione con apprezzamento discrezionale dei requisiti previsti dalla legge e, in particolare, di quello della buona condotta. Avverso il provvedimento del tribunale di sorveglianza è prevista solo la facoltà di proporre opposizione innanzi al medesimo tribunale. Il provvedimento di riabilitazione opera dal momento stesso della decisione del Tribunale.

Riproposizione della domanda

Se la domanda di riabilitazione è stata rigettata è possibile presentare una nuova domanda già il giorno successivo. Tuttavia, se la motivazione del rigetto è relativa alla buona condotta, ossia se il rigetto è dovuto alla mancanza della buona condotta, occorrerà attendere due anni per poter presentare una nuova domande di riabilitazione penale.

4) La riabilitazione speciale in favore dei minorenni

La legge prevede due tipologie di riabilitazioni c.d. speciali: quella in favore dei militari e quella in favore dei minorenni.

Vogliamo qui prescindere dalla trattazione della prima, prevista e disciplinata dal Codice Militare di Pace per reati militari, i quali siano propri dell’ordinamento militare.

Per quanto attiene alla riabilitazione speciale per i fatti commessi dai minori degli anni diciotto, essa è prevista e disciplinata dall’art. 24, del Regio Decreto n. 1404 del 20.7.1934, convertito in legge 835/ 1935, istitutivo del Tribunale per i Minorenni, e prevede una tipologia di riabilitazione con un più esteso ambito di operatività, rispetto alla forma ordinaria, giacché ammissibile anche in caso di proscioglimento (quindi sentenze di non doversi procedere o sentenze di assoluzione) in tutti quei casi in cui tale pronuncia non escluda, bensì, al contrario, presupponga l’accertamento della responsabilità del minore per il reato (ad esempio in caso di concessione del perdono giudiziale).  Gli aspetti speciali sono evidenti se si considera che la procedura in questione può essere avviata senza particolari formalità, così come analizzando il maggior numero di effetti che la riabilitazione speciale comporta; il favore del legislatore è rivolto infatti a consentire all’istante, proprio perché giovane e condannato per fatti commessi da minorenne, di reinserirsi più agevolmente nella società. Sembra d’obbligo richiamare il principio, che la Consulta aveva fatto proprio, per cui il sistema della giustizia minorile sia caratterizzato dalla prognosi individualizzata, come richiesto dall’art 31 della Costituzione che si occupa di garantire la protezione della gioventù; la riabilitazione speciale è infatti in linea con la garanzia costituzionale del diritto del giovane condannato ad avere una valutazione concreta in ragione della finalità di salvaguardarne il reinserimento nella società. A ciò si aggiunga che il giudice ha un vero e proprio potere-dovere di rinviare l’udienza (ovviamente senza andare oltre il termine massimo del venticinquesimo anno di età del soggetto) se ritiene che la prova dell’avvenuta rieducazione appaia al momento non sufficiente per acquisire una conoscenza utile a dare conto della sua decisione.

Dunque, nello specifico, il procedimento per la riabilitazione speciale minorile si attiva su domanda o d’ufficio (ad iniziativa del giudice) presso il Tribunale per i Minorenni (per la precisione al Tribunale per i Minorenni che esercita funzioni di Tribunale di Sorveglianza). Il Tribunale per i Minorenni che sia territorialmente competente in relazione alla dimora abituale del minore, su richiesta del Pubblico Ministero, su domanda dell’interessato ovvero d’ufficio, esamina in camera di consiglio tutti i precedenti del minore, richiama gli atti che lo riguardano e assume informazioni sulla sua condotta.

Per citare alla lettere l’art. 24 R.D.L., se il Tribunale ritiene che “il minore sia completamente emendato e degno di essere ammesso a tutte le attività della vita sociale, dichiara la riabilitazione”. La concessione di tale riabilitazione è dunque ispirata ai caratteri di indulgenza e di protezione e non prevede termini di minimi, presupponendo soltanto che il minore, al momento dell’inizio della procedura, abbia compiuto diciotto anni, ma non ne abbia più di venticinque; dopo il compimento del venticinquesimo anno di età non può prescindersi dalla verifica delle condizioni generali stabilite dall’art. 179 c.p. e sarà competente il Tribunale di sorveglianza per la riabilitazione ordinaria.

La riabilitazione viene annotata nelle sentenze a cura della Cancelleria, ma una volta dichiarata nel Certificato Penale, non si fa alcuna menzione dei precedenti penali del minorenne, anche se richiesto da una Pubblica Amministrazione, salvo che abbia attinenza con un procedimento penale determinato.

Il provvedimento con cui il tribunale dichiara la riabilitazione ha natura discrezionale. Il legislatore si limita, infatti, ad indicare le attività che il giudice deve compiere: il Tribunale esamina tutti i precedenti del minore, richiama gli atti che lo riguardano e assume informazioni sulla condotta da lui tenuta in famiglia, nella scuola, nell’officina, in pubblici o privati istituti, nelle organizzazioni delle associazioni sportive. E’ rimessa, poi, al giudice stesso la valutazione degli esiti di tale analisi. Dunque, il minore che faccia richiesta di riabilitazione speciale ha diritto a una valutazione, il più esaustiva possibile, degli indici favorevoli che possano essere espressione del suo percorso di riabilitazione.

Le principali differenze riscontrabili fra la riabilitazione ordinaria e quella c.d. speciale sono, quindi, le seguenti:

  1. la riabilitazione speciale può essere chiesta anche in relazione a sentenze di proscioglimento, come specificato dal testo dell’articolo 24 R.D.L. 1014/34;
  2. la riabilitazione speciale prevista per i minorenni può essere concessa solo in relazione ad una istanza presentata dall’interessato nel periodo intercorrente fra il diciottesimo ed il venticinquesimo anno di età;
  3. in caso di riabilitazione speciale non viene fatta alcuna menzione dei precedenti penali del minorenne nel Certificato Penale;
  4. ai fini della domanda di riabilitazione speciale non è previsto il decorso di termini minimi;
  5. agli stessi fini non è prevista la valutazione della buona condotta del soggetto minore, bensì una valutazione molto più ampia e discrezionale circa i precedenti, le abitudini e la condotta del minore;
  6. ai medesimi fini non è prevista la condizione ostativa dell’adempimento delle obbligazioni civili derivanti dalla sentenza.

Ricordiamo che la norma di cui all’art. 24 del Regio Decreto fa salve le limitazioni stabilite per la concessione della sospensione condizionale della pena e del perdono giudiziale: per effetto della c.d. clausola di salvezza inserita nell’art. 178 c.p. l’applicazione dell’istituto della sospensione condizionale della pena e del perdono giudiziale sono precluse quando il minore abbia riportato una precedente condanna a pena detentiva per delitto, sia pur nel caso in cui sia stato riabilitato per tale condanna.

5) In conclusione

La domanda di riabilitazione può essere presentata direttamente dall’interessato, in presenza dei requisiti richiesti dall’art. 179 c.p., oppure in forza dell’articolo 24 R.D.L., in caso di soggetto che non abbia compiuto il venticinquesimo anno di età. Sebbene per la presentazione dell’istanza al Tribunale (di Sorveglianza o per i Minorenni) non sia necessario farsi assistere da un legale è comunque consigliabile affidarsi ad un avvocato competente ed esperto per la redazione dell’istanza, per l’allegazione di tutta la documentazione necessaria e soprattutto ai fini della successiva assistenza (obbligatoria) nella fase processuale innanzi il Tribunale.


  1. Artt. 178 e 179 c.p.

  2. Art.  24 del R.D.L. n. 1404/1934

  3. Art. 163 c.p.

  4. Art.185 c.p.

  5. Art. 444 c.p.

 

Se desiderate maggiori informazioni potete contattarci al 051 – 235270, oppure via mail, all’indirizzo segreteria@studiolegalerolli.it

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