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Spesso chi ha genitori o parenti anziani è preoccupato di come proteggerli da possibili truffe e raggiri. La rubrica “dalla Loro parte” si occupa di diffondere informazioni circa le possibili tutele nei confronti dei soggetti più vulnerabili della nostra società. L’ordinamento mette a disposizione alcuni strumenti di tutela, in campo civile e penale, per proteggere i nostri cari e le persone anziane, considerate dall’immaginario e dall’esperienza comune una categoria debole.

A cura di: Avv. Claudia Ruffilli

LA TUTELA CIVILE E PENALE DELLE PERSONE ANZIANE, O NON AUTOSUFFICIENTI, NEI CONFRONTI DI POSSIBILI TRUFFE E RAGGIRI A LORO CARICO, OPERATE DA ESTRANEI MA ANCHE DA CHI SI OCCUPA DELLE LORO CURE.

SOMMARIO. 1. Introduzione – 2. Incapacità naturale e atti annullabili – 3. Interdizione, inabilitazione e amministrazione di sostegno – 4. La tutela penale

1) Introduzione

Le persone anziane sono spesso oggetto di raggiri ed altri illeciti mirati ad ottenere un profitto, operati da soggetti che sfruttano la posizione di vulnerabilità degli stessi, e spesso la relazione di fiducia che li lega, per depredare i malcapitati di tutto o parte del loro patrimonio. Gli anziani, infatti, pur risultando capaci di intendere e di volere per l’ordinamento giuridico (in altri termini, pur possedendo una c.d. capacità giuridica) potrebbero trovarsi in condizioni di incapacità c.d. naturale, dovuta a fattori quali l’età avanzata.
Come tristemente la cronaca ci racconta, le truffe vengono perpetrate da soggetti che spesso si presentano presso le case degli anziani, soprattutto se soli, e con svariate scuse riescono, talvolta, a far firmare contratti o a carpire informazioni sensibili come le coordinate bancarie. O ancora accade che i truffatori fermino il soggetto per strada, e offrendosi di accompagnarlo in luoghi come l’ufficio postale o la banca tentino di reperire informazioni sensibili.
Tuttavia queste truffe non sono le uniche insidie che rischiano mettere in pericolo il patrimonio dei nostri cari più vulnerabili. Troppo spesso gli anziani sono raggirati proprio da persone a loro vicine, che approfittano della loro relazione e della fiducia in loro riposta. Nulla volendo togliere ai legami di sincero affetto reciproco, che si instaurano fra un soggetto anziano e la persona che si occupa delle sue cure (il/la badante), può talvolta accadere che alcuni soggetti tentino di ottenere di più di quanto spetterebbe loro; è frequente, ad esempio, il caso in cui l’anziano faccia una donazione alla persona che lo assiste. Peraltro, sfortunatamente, non è da escludere che a volte gli anziani vengano sfruttati proprio da persone facenti parte del nucleo familiare; in questo caso, come vedremo, è possibile vedere ridotte le possibilità di tutela, quantomeno in ambito di diritto penale.

Ad ogni modo, il nostro ordinamento, mette a disposizione ed a tutela dei propri cittadini più vulnerabili alcuni strumenti e rimedi, sia nell’ambito del diritto civile che in quello del diritto penale.

Esaminiamo insieme le possibili opzioni:

2. Incapacità naturale e atti annullabili

L’incapacità naturale è quella condizione in cui sussista comunque in capo al soggetto una incapacità, derivante da una serie di fattori, non necessariamente permanenti. L’incapacità naturale sussiste, però, in assenza di un procedimento che la accerti giudizialmente, quale ad esempio l’interdizione o l’inabilitazione (in tal caso si parla di incapacità giuridica). Il soggetto incapace naturale, mancando un provvedimento del giudice, è pienamente in grado di disporre liberamente del proprio patrimonio. Ora, è ben possibile che tale condizione psico-fisica di incapacità si configuri in capo all’anziano che decide di disporre di parte del suo patrimonio nei confronti della badante che lo assiste o di altro soggetto. Capita spesso che un anziano, che non sia interdetto o inabilitato o comunque non venga assistito da amministratore di sostegno, venga convinto ad elargire denaro al soggetto che gli presta assistenza, o a soggetti con cui entra in contatto per i motivi più disparati.

Solitamente tale atto di disposizione patrimoniale, effettuato per spirito di liberalità, avviene attraverso l’istituto della donazione, previsto dal nostro ordinamento agli articoli 769 e seguenti del Codice Civile.
Tale donazione, effettuata da un anziano il quale magari non ha una disponibilità di denaro sufficiente, o che in ogni caso non avrebbe deciso spontaneamente di donare i proprio denaro se non fosse stato circuito, trova adeguata tutela, se pure successiva all’atto di donazione stesso, e non preventiva. L’art. 775 del Codice Civile, infatti, stabilisce che, ad iniziativa del soggetto donante e dei suoi eredi o aventi causa, la donazione può essere annullata se fatta da soggetto incapace naturale.

Al di fuori dell’ambito della sola donazione,  l‘art. 428 c.c., detta una disciplina generale per gli altri atti compiuti da persona incapace di intendere e di volere, se pure non interdetta, disciplina che prevede che tali atti possano essere annullati, entro 5 anni, su iniziativa della persona che li ha compiuti o dei suoi eredi o aventi causa, nel caso in cui comportino un grave pregiudizio. Il medesimo articolo chiarisce, però, che nel caso in cui gli atti compiuti siano dei contratti, è necessario che sia provata la malafede dell’altro contraente, ossia del soggetto che ha indotto l’anziano a concludere l’atto stesso.

Ulteriore disciplina in caso di incapacità naturale è prevista, poi, per le disposizioni testamentarie. Difatti, la circostanza che per disporre dei propri beni sia necessario comprendere il senso delle proprie azioni e gli effetti che da queste discendono, che invalida una donazione o un altro atto dispositivo di un soggetto incapace, si estende anche agli atti di testamento.
Dunque l’incapace naturale (così come, notare bene, il soggetto dichiarato incapace dal giudice) non può validamente disporre per testamento, nemmeno con l’ausilio di un legale rappresentante, essendo il testamento un atto personale; si veda l’art. 591 c.c. Il testamento redatto dall’incapace può essere annullato, entro cinque anni, dagli eredi e da chiunque vi abbia interesse.

Da ultimo, non per importanza, ai sensi dell’art. 120 c.c., è annullabile il matrimonio contratto da persona che fornisca la prova di essere stata incapace di intendere o di volere al momento dell’atto, per qualunque causa, anche transitoria. Pertanto l’ordinamento appresta una tutela anche al caso in cui un soggetto anziano particolarmente vulnerabile sia indotto a sposare ad esempio il/la badante, come a volte capita nella prassi. In caso di matrimonio, tuttavia, la legittimazione ad agire per l’annullamento appartiene solo al soggetto incapace di intendere e di volere al momento dell’atto, una volta riacquistate pienamente le facoltà mentali.
Pertanto, è da tenere ben presente che non è possibile annullare il matrimonio contratto da un parente anziano, se pur incapace, a meno che non sia il soggetto stesso ad assumere l’iniziativa. I figli, ed i parenti, al fine di evitare la dispersione del patrimonio familiare hanno a disposizione una unica soluzione, sebbene drastica: è possibile, difatti, impugnare il matrimonio del genitore se questi ha subito una dichiarazione di interdizione da parte del giudice, di cui tratteremo in seguito. E’, dunque, annullabile altresì il matrimonio contratto da un soggetto interdetto, ma, a differenza del matrimonio contratto da incapace naturale, il matrimonio di chi è stato interdetto per infermità di mente può essere impugnato anche dal tutore, dal pubblico ministero e da tutti coloro che abbiano un interesse legittimo. L’impugnazione è possibile in soli due casi: se al tempo del matrimonio, vi era già sentenza di interdizione divenuta definitiva, oppure se l’interdizione è stata pronunziata dopo il matrimonio ma l’infermità (quella per la quale viene dichiara l’interdizione) esisteva già al tempo del matrimonio.
Attenzione: non è, invece, possibile per i figli impugnare il matrimonio del genitore anziano se questi era stato in precedenza sottoposto a una semplice amministrazione di sostegno; ciò perché i due strumenti di protezione, come vedremo, sono profondamente diversi.

3. Interdizione, inabilitazione e amministrazione di sostegno

Il Codice Civile appresta alcune misure di protezione specifiche, a beneficio delle persone che sono prive, in tutto o in parte, di autonomia.
L’amministrazione di sostegno, introdotta dalla L. n. 6/2004, offre a chi si trovi nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, una assistenza che ne sacrifichi nella minor misura possibile la capacità di agire. L’amministrazione di sostegno può essere disposta nel caso in cui sussistano soltanto esigenze di cura della persona, o di gestione del patrimonio, per il compimento di un solo atto o per una durata predeterminata. La disciplina normativa dell’istituto è contenuta negli articoli 404 e seguenti c.c. La norma individua, dunque, due requisiti, uno di tipo soggettivo (la menomazione fisica o psichica), l’altro di tipo oggettivo (l’impossibilità di provvedere ai propri interessi): l’atto di nomina esige che il soggetto si trovi in uno stato di assenza, in tutto o in parte, di autonomia a causa una qualsiasi infermità fisica o psichica, anche parziale o temporanea e non necessariamente mentale, che comporti l’impossibilità di provvedere ai propri interessi. Per la nomina di un amministratore di sostegno è, peraltro, necessario che permanga, in capo al beneficiario, una seppur ridotta capacità di gestire quegli atti definiti di ordinaria amministrazione; l’amministratore, difatti, è un rappresentante per taluni atti ed il beneficiario conserva la capacità di agire per tutti gli atti che non ne richiedono rappresentanza a o assistenza.                                                                                                                                                   Come procedere?
Il procedimento per la nomina dell’amministratore di sostegno si propone con ricorso da depositarsi presso il Tribunale (ufficio del Giudice Tutelare) del luogo di residenza o domicilio del potenziale destinatario della misura. La legittimazione alla proposizione del ricorso spetta a: Pubblico Ministero, beneficiario della misura, coniuge, convivente, parenti e affini, tutore o curatore e persona unita civilmente.

E’ possibile, d’altro canto, che vi siano situazioni per le quali una pronuncia di interdizione o di inabilitazione (artt. 414 e seguenti c.c.) sia più aderente alle necessità del beneficiario. Questo nei casi in cui non risulti possibile attuare una sufficiente protezione di soggetto che presenta una totale compromissione delle facoltà cognitive e volitive. L’incapacità può riguardare non solo gli affari di natura economica e patrimoniale, ma anche gli atti concernenti la cura della persona o l’adempimento dei doveri familiari, la vita civile, similarmente a quanto accade per l’amministrazione di sostegno.

L’interdizione produce l’effetto di togliere al soggetto la capacità di agire in ogni ambito, in quanto l’infermità mentale abituale lo rendono sostanzialmente incapace di provvedere in toto ai propri interessi. Anche il procedimento d’interdizione ha inizio con la presentazione di un ricorso, da parte dei seguenti soggetti: il soggetto che deve essere interdetto, il coniuge,il convivente, i parenti,  gli affini ed il Pubblico Ministero. La domanda deve essere presentata al Tribunale del luogo in cui il soggetto da interdire ha residenza o domicilio effettivi, mentre nel caso in cui l’interdicendo sia ricoverato stabilmente presso una struttura, la domanda dove essere presentata nel Tribunale del luogo in cui vive.

La inabilitazione rappresenta una differente ed ulteriore misura di tutela, che si giustifica, però, dinanzi ad una infermità di mente meno grave rispetto a quella prevista per l’interdizione, oppure anche in caso di eccessiva prodigalità, abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti che espongano l’incapace o la sua famiglia a gravi pregiudizi economici. L’alterazione delle facoltà mentali deve essere tale da determinare un’incapacità parziale di curare i propri interessi. La procedura per chiedere l’inabilitazione giudiziale ricalca quella per l’interdizione e la sentenza che la dichiara provvede alla nomina del curatore, che viene scelto tra: il coniuge non separato, il padre o la madre, il figlio maggiorenne, la persona indicata nel testamento dal genitore superstite; al curatore viene conferito il potere di assistere l’inabilitato nel compimento degli atti di amministrazione patrimoniale.

4. La tutela penale

Passiamo ora ad analizzare la tutela penale nei confronti degli anziani e dei soggetti più vulnerabili della società.

Le fattispecie di reato previste dal Codice Penale sono punite a titolo di truffa (art. 640 c.p., con l’aggravante della minorata difesa) con pene da uno a cinque anni di carcere e multa da 51 a 1.032 euro, e circonvenzione di incapace (art. 643 c.p.), che prevede la reclusione da 2 a 6 anni e la multa da 206 a 2.065 euro. Peraltro il recente Decreto n. 980 del 2019, di cui parleremo in seguito, innalza la pena prevista per il delitto in questione prevedendo la reclusione da 2 a 7 anni e la multa da 1.302 a 3.500 euro.
Il reato di truffa punisce, ex. art 640 c.p., chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno. Peraltro, il secondo comma dell’art. 640 c.p., introdotto nel 2009, ha previsto che l’aggravante della minorata difesa in relazione all’età della vittima (art. 61, n. 5, c.p.), comune a tutte le tipologie di reato, costituisca una aggravante speciale del delitto di truffa, così determinando un inasprimento della pena, per truffa aggravata. In riferimento alla cd. minorata difesa, essa costituisce una aggravante che consiste nell’avere profittato di circostanze di tempo, di luogo o di persona, anche in riferimento all’età, tali da ostacolare la pubblica o privata difesa.
Uno degli altri reati cardine del nostro ordinamento penale, a tutela dei soggetti più deboli, è sicuramente quello di circonvenzione di persona incapace, previsto e punito dall’art. 643 c.p.. La norma punisce chiunque, per procurare a sé o ad altri un profitto, abusando dei bisogni, delle passioni o della inesperienza di una persona minore, ovvero abusando dello stato d’infermità o deficienza psichica di una persona, anche maggiorenne ed anche se non interdetta o inabilitata, la induce a compiere un atto che importi qualsiasi effetto giuridico per lei o per altri dannoso. Il discrimine che immediatamente salta all’occhio fra una condotta di truffa ed una condotta di circonvenzione a danno di anziani risiede nella diversa modalità in cui la condotta stessa viene portata a termine: tramite raggiri ed artifizi, in caso di truffa, e tramite induzione, in caso di circonvenzione. Il reato di circonvenzione di persona incapace si colloca in quella zona d’ombra nella quale vi è un atto che apparentemente è legittimo ma in cui si ritiene che la volontà espressa dal soggetto vulnerabile sia stata in qualche modo indirizzata da qualcuno che, resosi conto della particolare vulnerabilità della vittima, ne abbia abusato attraverso un’attività induttiva.

Inoltre teniamo presente che il recentissimo Decreto n. 980, “Modifiche al codice penale in materia di circonvenzione di persone anziane”, è stato approvato all’unanimità dal Senato, il 12 giugno 2019, e trasmesso all’altro ramo del Parlamento per l’approvazione. La norma mira ad introdurre nel Codice Penale il nuovo articolo 643-bis, dedicato alla frode patrimoniale in danno di persone anziane, vulnerabili. Il provvedimento, dunque, è volto a punire con la reclusione da due a sei anni e con la multa da 400 a 3.000 euro chiunque, con mezzi fraudolenti, induce una persona a dare o promettere indebitamente a sé o ad altri denaro, beni o altra utilità.  di questa fattispecie di reato consisterebbe nel fatto che essa viene ricondotta, in particolare, alle qualità personali della persona offesa: a differenza delle generiche circostanze di tempo, di luogo o di persona, anche in riferimento all’età, nel caso dell’art. 643-bis la vittima deve versare in una situazione di vulnerabilità psicofisica in ragione dell’età avanzata; pertanto non ricorre il reato in presenza di qualsiasi vulnerabilità, ma solo di quella causata dall’età avanzata, la cui valutazione circa l’esistenza spetterà al giudice. Inoltre (altra ragione di differenziazione) si applica questa fattispecie penale solo se il fatto è commesso nell’abitazione della persona offesa, o in altro luogo di privata dimora, o all’interno o in prossimità di uffici postali o di sedi di istituti di credito, di luoghi di cura o di ritrovo di persone anziane o di case di riposo.  Tale iniziativa legislativa è, dunque, tesa ad introdurre nel nostro ordinamento una categoria ulteriore di persone tra le vittime del delitto di truffa, ossia coloro che, in ragione dell’età, versano in una condizione di debolezza e vulnerabilità, aggiungendo una nuova fattispecie penale tra i delitti contro il patrimonio mediante frode, per colpire condotte di frode in danno di anziani.

Ma come possiamo agire per vedere riconosciuta la tutela penale in caso di reati di truffa e circonvenzione?                                                                                                                                                                  Veniamo, dunque, a trattare della punibilità dei delitti esaminati, premettendo la fondamentale differenza fra denuncia e querela: la denuncia può essere presentata da chiunque, anche oralmente, ed avvia il procedimento d’ufficio, senza cioè che la persona offesa dal reato chieda personalmente la punizione dell’autore del reato stesso. Per poter, invece, procedere in ordine ad alcuni reati specifici, la legge richiede la querela della persona offesa dal reato, ossia la manifestazione di volontà, anche orale, che venga punito l’autore. La querela, dunque, può essere effettuata unicamente dal soggetto offeso dal reato, può essere ritirata se già presentata, o rinunciata se non è stata ancora presentata; la legge prevede, inoltre, che debba essere presentata entro il termine di tre mesi, salvo alcuni rari casi specifici in cui i termini sono più lunghi.

Il reato di truffa è generalmente punibile a querela della persona offesa. Tuttavia si procede, invece, d’ufficio quando la truffa è aggravata (come nel caso della truffa a danno di persona che versi in situazione di minorata difesa dovuta all’età) o quando il danno patrimoniale cagionato alla vittima sia di rilevante gravità.  Il reato di circonvenzione di incapace è una figura di reato procedibile d’ufficio, salvo quanto descritto da un’altra norma del Codice Penale, l’articolo 649 c.p., il quale dispone che se l‘autore del reato ricopre un determinato grado di parentela nei confronti della vittima egli non sia punibile, o che si proceda per querela: in particolare non si perfeziona il reato se chi ha commesso la circonvenzione a danno di un soggetto è il di lui coniuge non separato o la parte dell’unione civile, figlio o genitore o affine in linea retta, l’adottante o l’adottato, un fratello o una sorella che con lui convivano. Il reato può, invece, essere perseguito solo a querela della persona offesa, se i fatti sono commessi dal coniuge legalmente separato, dal fratello o dalla sorella non conviventi, ovvero dallo zio o dal nipote o dall’affine in secondo grado conviventi con l’autore del reato, salvo però che il delitto non sia commesso con violenza alle persone (violenza che, secondo la giurisprudenza, può essere anche morale).

Riassumiamo, dunque:
La truffa aggravata a danno di anziani può essere perseguita anche a seguito di semplice denuncia. Chiunque sia a conoscenza di un reato può sporgere denuncia, anche se non vittima diretta del reato. È possibile denunciare una persona conosciuta o anche sconosciuta. Le denunce possono essere effettuate presso un posto di polizia oppure direttamente presso il pubblico ministero, oralmente o per iscritto.
La circonvenzione di incapace è procedibile d’ufficio se autore del fatto è uno sconosciuto, ma non è punibile se a commettere il fatto è una determinata categoria di persone, strettamente legate alla vittima (coniuge, figlio o genitore, ecc.), mentre è perseguibile solamente a querela della persona offesa se i fatti sono commessi da altre categorie di persone legate alla vittima (coniuge legalmente separato, fratello o della sorella non conviventi, zio o del nipote o affine in secondo grado conviventi con la vittima). E’ possibile sporgere querela soltanto se si è lesi personalmente. Qualora, come può accadere in questi casi, il soggetto leso non abbia l’esercizio dei diritti civili, in quanto ad esempio interdetto, il rappresentante legale può farne le veci; la querela deve essere presentata entro tre mesi, contro una persona conosciuta o sconosciuta E’ altresì possibile ritirare una querela. Le querele possono essere sporte presso un posto di polizia (oralmente o per iscritto) oppure presso il pubblico ministero.

Non siete obbligati a consultare un avvocato, ma per i casi complessi è raccomandabile farsi consigliare da un legale. 

Se desiderate maggiori informazioni potete contattarci al 051 – 235270, oppure via mail, all’indirizzo segreteria@studiolegalerolli.it


  1. Art. 775 c.c.,

  2. Art. 428 c.c.,

  3. Art. 591 c.c.,

  4. Art. 591 c.c.,

  5. Artt. 404 e seguenti c.c.,

  6. Artt. 414 e seguenti c.c.,

  7. Decreto n. 980 /2019,

  8. Art. 640 c.p.,

  9. Art. 643 c.p.,

  10. Art. 649 c.p.

 

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