LA TUTELA DEGLI ANZIANI DA TRUFFE E RAGGIRI
Ottobre 19, 2020

In occasione della giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che si celebra ogni 20 novembre, la seconda pubblicazione della rubrica “dalla Loro parte” affronta il delicato tema della protezione dei soggetti minorenni, una delle categorie fra le più bisognose di attenzione. Per proteggere i nostri figli, nipoti ed i nostri affetti è  importante conoscere quali sono le tutele attivabili nei loro confronti, e per questo motivo l’articolo si pone l’obiettivo di fornire un quadro generale delle principali forme di tutela che il nostro ordinamento mette a disposizione dei minori.

Una analisi dei diritti assicurati ai minori all’interno del contesto italiano, a seguito del loro riconoscimento internazionale. Tutto ciò che occorre sapere per tutelare al meglio i nostri cari.

A cura di Avv. Claudia Ruffilli

Sommario: 1. Introduzione – 2. Cenni alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza – 3. I diritti e le tutele dei minori in Italia – 3a. La tutela penale – 3b. La tutela civile – 3c. La pubblicazione di immagini di minori – 3d. La tutela del minore straniero

 

  1. Introduzione

La data del 20 novembre è stata scelta come ricorrenza per celebrare la giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.  Difatti, sono trascorsi più di 30 anni dall’adozione della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, proprio il 20 novembre 1989 (e ratificata dall’Italia il 27 maggio 1991). Per la prima volta una norma di rilievo internazionale riconosceva i bambini come aventi diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici. Dal 1989 ad oggi il Trattato è stato ratificato da 196 Stati (gli Stati Uniti d’America hanno firmato il trattato senza tuttavia procedere mai alla ratifica) che si sono vincolati giuridicamente al rispetto dei diritti in esso riconosciuti. Nonostante il riconoscimento a livello internazionale dell’importanza della tutela dei minori, ad oggi, nel mondo, ancora troppi fra loro vivono in aree di conflitto, sfollati a causa della guerra e più di 1 miliardo di bambini vive in contesti di povertà, mancanza di opportunità e violenze. Anche nel nostro Paese più di 1 milione di bambini e ragazzi vivono in condizioni di vita inaccettabili. È dunque fondamentale diffondere una cultura della protezione; per questo abbiamo elaborato una guida per accompagnare nell’apprendimento dei diritti e delle forme di tutela che l’ordinamento ha predisposto in favore della categoria di soggetti maggiormente vulnerabile.

 

  1. Cenni alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza

Volendo procedere ad una trattazione esaustiva dell’argomento, occorre premettere un breve cenno ai contenuti principali della Convenzione ONU del 1989, la quale rappresenta un testo giuridico di eccezionale importanza poiché riconosce a livello sovranazionale, a tutti i bambini e bambine del mondo, una serie di diritti civili, politici, culturali ed economici. La Convenzione definisce il minore, nella sua accezione giuridica, quale essere umano di età inferiore ai 18 anni (fatte salve, tuttavia, le norme degli ordinamenti che prevedono diversamente circa il raggiungimento della maggiore età), ed introduce alcuni principi ispiratori della disciplina. Sono quattro i principi fondamentali:

  • Non discriminazione: secondo questo primo principio i diritti sanciti dalla Convenzione stessa vengono garantiti a tutti i minori, senza distinzione di razza, sesso, lingua, religione, od opinione del minore o dei genitori.
  • Superiore interesse: ogni legge, provvedimento, iniziativa pubblica o privata deve tenere conto dell’interesse del minore, che deve sempre avere la priorità.
  • Diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo del bambino e dell’adolescente: la normativa in questione impone agli Stati di impegnare al massimo le risorse disponibili per tutelare la vita e il sano sviluppo dei bambini, anche tramite la cooperazione con altri Stati.
  • Ascolto delle opinioni del minore: i minori hanno diritto ad essere ascoltati in tutti i processi decisionali che li riguardano; conseguentemente le loro opinioni devono essere tenute in adeguata considerazione.

Numerosi articoli della Convenzione sono inoltre, dedicati al rapporto tra minore e famiglia: innanzitutto viene previsto che gli Stati debbano predisporre misure di protezione tenendo conto dei diritti e doveri dei genitori e del minore stesso, il quale non può essere separato da essi contro la loro volontà, tranne nei casi in cui sia ritenuto necessario e nell’interesse dello stesso; inoltre viene previsto che entrambi i genitori abbiano eguali responsabilità educative. L’adozione all’interno del paese di origine viene riconosciuta come strumento rilevante per assicurare al minore una vita famigliare, mentre l’adozione internazionale deve essere considerata un mezzo alternativo quando non è possibile trovare accoglienza in una famiglia all’interno dello Stato.

La Convenzione prevede anche che il soggetto minore che abbia commesso illeciti penali venga sottoposto a trattamenti sanzionatori o rieducativi tesi a facilitarne il più possibile il recupero sociale.

La normativa ONU riconosce al minore anche i diritti della personalità, propri di una società che mette il soggetto al di sopra di ogni altro interesse: fra questi il diritto a nome e nazionalità, il diritto alla propria identità nazionale e le relazioni famigliari, il diritto alla libertà di coscienza e di religione, il diritto a poter esprimere liberamente la propria opinione, il diritto alla libertà di cercare, ricevere e diffondere informazioni, il diritto alla riservatezza, il diritto alla libertà di riunione e associazione.

Il minore viene altresì riconosciuto titolare di tutti quei diritti civili quali  il diritto al godimento dei più alti livelli raggiungibili di salute, ed il diritto alla protezione da ogni forma di violenza, abuso fisico e mentale, trascuratezza o trattamento negligente, maltrattamento o sfruttamento.

La Convenzione, infine, riconosce i diritti sociali del minore, fra cui il diritto all’istruzione, il diritto ad uno standard di vita adeguato al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale e ad un’adeguata assistenza ai suoi genitori, il diritto al riposo e allo svago.

Ai minori che vivono in particolari condizioni di disagio (rifugiati, disabili fisici e mentali, minori coinvolti in conflitti armati, ecc) viene, infine, riconosciuto il diritto di tutela.

 

  1. I diritti dei minori in Italia

L’ordinamento giuridico italiano riconosce il minore come soggetto in formazione non ancora in possesso della capacità di agire, ossia la capacità di porre validamente in essere atti che incidano sulle sue posizioni giuridiche soggettive, ma a cui è riconosciuta sin dalla nascita la capacità giuridica, ossia la attitudine ad essere titolare di diritti, interessi e doveri, o più in generale di situazioni giuridiche. Non solo, dunque, il minore è portatore di meri interessi, ma è titolare di numerosi diritti, patrimoniali, ma anche di personalità.  Sino alla Convenzione ONU del 1989, tuttavia, i diritti dei minori presenti all’interno dell’ordinamento, che corrispondevano ad altrettanti doveri da parte degli adulti, venivano inquadrati dal legislatore stesso in una prospettiva che non permetteva una profonda comprensione di quei bisogni fondamentali che attraverso il diritto devono essere tutelati e promossi. Con la ratifica della Convenzione,  e la sua inclusione all’interno dell’ordinamento giuridico italiano, si è dato vita ad un cambiamento nella concezione stessa del minore; così anche il nostro ordinamento ha elevato il principio del superiore interesse del minore a fondamentale criterio interpretativo delle singole norme. Dunque, negli ultimi anni, sia la comunità internazionale sia il legislatore nazionale hanno deciso di porre una maggiore attenzione sulla condizione dei minori tramite la predisposizione di una tutela rafforzata, ispirata al principio del superiore interesse del minore. A promozione dell’attuazione della Convenzione ONU e degli altri strumenti internazionali in materia di tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, è stata altresì istituita la c.d. AIGA, l’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza (con legge n. 112 del 12 luglio 2011); tale figura è specificamente deputata ad assicurare la piena attuazione dei diritti e degli interessi di bambini e adolescenti.

Analizziamo insieme le principali norme del nostro ordinamento, responsabili di fornire ai soggetti minori la necessaria ed irrinunciabile tutela rafforzata.

  • Le norme della Costituzione

La nostra carta costituzionale individua determinate situazioni che meritano una particolare tutela, riconoscendo  centralità alla figura del minore, da solo o all’interno della famiglia, e dando soprattutto impulso ad un sistema di promozione e protezione della sua personalità. Emblematico l’articolo 2 della Costituzione, deputato al riconoscimento dei diritti inviolabili di tutti gli uomini, della loro pari dignità, del pieno sviluppo della personalità e dei doveri di solidarietà; l’art. 3 afferma, invece, come sia compito della Repubblica rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana, ivi comprendendo anche il minore. Dunque, ai soggetti minori si applicano tutte le disposizioni che fanno riferimento ai diritti del cittadino e della persona. A tali precetti si aggiunge, poi, tutta una serie di disposizioni improntate a riconoscere dei diritti sulla base del fattore anagrafico. Nello specifico, il minore ha il diritto ad essere mantenuto, educato ed assistito dai genitori oltre che di accedere all’istruzione inferiore e superiore, anche in caso di condizioni di difficoltà economiche.  L’Articolo 30 della Costituzione recita: “E’ dovere e diritto dei genitori mantenere istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti (…)”. La prima disposizione dell’art. 30 sottolinea che i genitori hanno prima un dovere/diritto nell’educazione dei figli. Tale diritto è funzionale allo sviluppo della personalità del minore, in quanto l‘educazione ha una funzione essenziale per la sua crescita. Da sottolineare che il dovere dei genitori è assicurato ugualmente anche nei confronti dei figli nati fuori dal matrimonio (in ossequio al principio di equiparazione tra figli legittimi e figli naturali). Il secondo comma dell’articolo 30 impone allo Stato di intervenire in caso di incapacità dei genitori tale da non consentire una adeguata crescita del minore, attraverso diversi interventi di supporto o integrativi, o addirittura di sostituzione temporanea o permanente della funzione genitoriale. L’articolo 31 della Costituzione così recita: “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.” L’articolo, dunque, riconosce e tutela la famiglia quale ambito di crescita e di sviluppo dei minori, imponendo allo Stato di intervenire a supporto di questa funzione, e ribadisce l’importanza di maternità, infanzia e gioventù. La Costituzione disciplina, inoltre, all’art. 34 il diritto allo studio: La scuola è aperta a tutti. (…) La Repubblica rende effettivo questo diritto.” Lo Stato deve predisporre le strutture, i mezzi e gli strumenti per assicurare la frequenza scolastica in quanto l’educazione consente al minore di acquisire le capacità per inserirsi all’interno della società. Inoltre il minore non può essere esercitare attività lavorativa se non in presenza di determinati requisiti e, a parità di lavoro, deve avere la stessa retribuzione di un adulto. La Costituzione impone, difatti, allo Stato di stabilire un limite minimo di età per il lavoro salariato (art. 37 Cost.), di garantire con apposite norme la tutela del lavoro dei minori assicurando parità di retribuzione a parità di lavoro: “(…) La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato. La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione”.

  • Le norme di legge

Quanto alle leggi ordinarie, il nostro sistema giuridico ha prestato particolare attenzione ad alcuni aspetti della vita dei minori, tra cui  quello dell’ascolto dei minori nel caso di procedimenti che li riguardino, dell’adescamento di minori per scopi sessuali e pedopornografici, sino alla violenza sessuale, per i quali il sistema giuridico prevede delle norme particolarmente rigorose.

 

a. LA TUTELA PENALE

Per quanto riguarda l’ambito penale, il nostro Codice Penale del 1930, ha fissato la soglia per l’imputabilità (cioè la possibilità di stare in giudizio nell’ambito di un processo penale) a 14 anni, stabilendo una previsione assoluta di non imputabilità per i minori di anni 14, limite previsto dall’art. 97 c.p. Il minore di età tra i quattordici e i diciotto anni che commette un reato, come richiamato dall’art. 98 c.p., è considerato, invece, imputabile in base alla sua capacità di intendere e di volere, a valutazione del giudice.

Il D.P.R. 448/1988, noto come Codice del Processo Minorile, ha introdotto nell’ordinamento disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni che differiscono dal processo ordinario a carico di adulti. La norma ha previsto il diritto del minore ad avere un proprio processo davanti ad un organo specializzato (il Tribunale per i Minorenni), il diritto all’assistenza affettiva e psicologica garantita in ogni stato e grado del procedimento ed assicurata dai servizi, il diritto alla riservatezza, che implica il divieto di pubblicare e divulgare con qualsiasi mezzo, notizie o immagini idonee a consentire l’identificazione del minorenne coinvolto nel procedimento, e che comporta che le udienze avvengano a porte chiuse.

Nell’ambito dei reati minorili, poi, la procedura applicabile agli autori degli illeciti è parzialmente diversa da quella predisposta per gli adulti: sono previste delle riduzioni di pena in considerazione della limitata capacità di intendere e di volere del minore, trattamenti sanzionatori meno gravi rispetto a quelli previsti per gli adulti, e istituti specifici finalizzati a un rapido reinserimento del reo nella comunità civile. Ne costituisce un esempio la cosiddetta messa alla prova, ossia la procedura attraverso la quale si sospende il procedimento penale al fine di eliminare le conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato tramite percorsi educativi); ulteriore esempio è la causa di estinzione del reato del perdono giudiziale, concesso ai minori di anni 18: se, per il reato commesso dal minore degli anni diciotto, la legge stabilisce una pena restrittiva della libertà personale non superiore nel massimo a due anni, o una pena pecuniaria non superiore nel massimo a cinque euro, quando è possibile presumere che il colpevole si asterrà dal commettere ulteriori reati, il giudice lo assolve, sebbene della sentenza resti traccia nel Casellario Giudiziale.

Il minore può, inoltre, accedere all’istituto della riabilitazione speciale in parola, che consente di “ripulire” la c.d. fedina penale del minore. Il nostro ordinamento prevede, difatti, la riabilitazione penale come procedura che ha, evidentemente, una funzione premiale e promozionale tesa al pieno reinserimento sociale del condannato in quanto ha lo scopo di restituire a chi provi di essersi ravveduto, dopo che è decorso un certo lasso di tempo, alcune facoltà perse in conseguenza della condanna penale (ad esempio il diritto elettorale, ammissione a concorsi pubblici, l’esercizio della potestà genitoriale). Ebbene, è importante sapere che il soggetto che non ha ancora compiuto 25 anni ha la facoltà di far cessare le pene accessorie e gli altri effetti civili e penali per i fatti commessi da minorenne derivanti  sia da una sentenza di condanna ma anche – a differenza degli adulti- da una sentenza di assoluzione non piena (ad esempio nel caso di perdono giudiziale); ciò – a differenza che per gli adulti- senza necessità di ravvedimento e senza che sia trascorso un determinato periodo di tempo. Inoltre la riabilitazione speciale, una volta dichiarata nel Certificato Penale (o fedina), fa si che non vi sia alcuna menzione dei precedenti penali del minorenne, anche se richiesto da una Pubblica Amministrazione – a differenza degli adulti-.

La tutela è, poi, elevatissima in tema di reati a danno dei minori in ambito sessuale: il Codice Penale prevede che in nessun caso il consenso del minore rilevi, bensì che il reato si configuri indipendentemente dal consenso della vittima, perché la violenza è presunta dalla legge in considerazione del fatto che la persona offesa è considerata immatura ed incapace di disporre consapevolmente del proprio corpo a fini sessuali. Il consenso del minore non è rilevante neanche ai fini del riconoscimento dell’attenuante della minore gravità del reato. La tutela è massima in caso di atti sessuali con minorenne: il reato (di cui all’art. 609 quater del Codice Penale) si configura sempre nei casi in cui la vittima non abbia ancora compiuto 14 anni, o se non ne ha ancora compiuti 16 ed il colpevole ha con il minore una relazione di parentela, cura, educazione e convivenza. Non è, invece, punibile il soggetto minorenne che compie atti sessuali consensuali con altro soggetto minorenne che abbia almeno compiuto gli anni tredici, se la differenza di età tra i soggetti non è superiore a quattro anni; questo al fine di tutelare le libere relazioni affettive fra minori. Nel caso in cui gli atti sessuali vengano commessi con prepotenza, minaccia o abuso di autorità si configura, poi, il reato di violenza sessuale, indipendentemente dall’età della vittima.  L’articolo 609 sexies del Codice Penale introduce, infine, una norma essenziale ai fini della tutela dei minori dai reati a sfondo sessuale: il colpevole non potrà, difatti, invocare a giustificazione della propria condotta l’ignoranza dell’età della persona offesa (salvo che si tratti di ignoranza inevitabile).

Infine, a tutela del minore, nell’ambito generale della tutela delle relazioni affettive e familiari, si staglia l’art. 572 del Codice Penale. Il teso della norma detta: “Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da tre a sette anni. La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso in presenza o in danno di persona minore (…)” . L’attuale articolo è il risultato di diversi interventi normativi succedutisi nel tempo, primo tra tutti la riforma attuata con la l. n. 172/2012, la quale, non solo ne ha modificato la rubrica che prima faceva riferimento ai “maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli”, ma ha anche inserito tra i possibili soggetti passivi del reato chiunque conviva con il soggetto agente, estendendo il concetto di “famiglia”; da ultimo, la modifica operata dalla l. n. 69/2019 (cd. Codice Rosso), nell’ottica di contrastare il verificarsi di episodi di violenza domestica, ne ha inasprito il quadro sanzionatorio. La giurisprudenza, infine, ha esteso il delitto di maltrattamenti  anche al caso in cui i comportamenti vessatori non siano rivolti direttamente in danno dei figli minori, ma li coinvolgano indirettamente, come involontari spettatori delle liti tra i genitori che si svolgono all’interno delle mura domestiche (c.d. violenza assistita).

 

b. LA TUTELA CIVILE

Anche il Codice Civile, d’altra parte, riserva una serie di articoli alla tutela del minore, allo status di figlio ed ai rapporti con i genitori. Le leggi riguardanti l’adozione e l’affidamento (legge n. 431/1967, la legge 184/1983 e la legge 149/2001) ribadiscono il diritto del minore a crescere ed essere educato all’interno della propria famiglia naturale, richiedendo ai servizi locali di predisporre interventi di sostegno e di aiuto alle famiglie indigenti. Nello specifico: il minore che sia privo temporaneamente di un ambiente famigliare idoneo è affidato ad una famiglia, ad un singolo o ad una comunità di tipo famigliare, che avrà il compito di assicurare al minore mantenimento, educazione, istruzione e garantire le relazioni affettive con la famiglia. Inoltre, nel caso in cui il minore si trovi in stato di abbandono, privo di assistenza morale o materiale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi, viene dichiarato adottabile (qualora la mancanza di assistenza non sia dovuta a causa di forza maggiore di carattere transitorio).

Al fine di garantire una stabilità al minore, e le migliori condizioni di vita possibili, grava su entrambi i genitori il dovere di mantenimento dei figli in proporzione alle rispettive capacità economiche. In caso di separazione o divorzio il diritto del minore al mantenimento è altresì garantito, ex art. 148 c.c., tramite un accordo raggiunto dai genitori sull’assegno di mantenimento per i figli (in quanto il genitore presso il quale gli stessi andranno a vivere dovrà sopportare le spese ordinarie, ricevendo dall’altro un contributo annuale diviso in 12 mensilità), ovvero, in caso di mancanza di accordo, tramite un assegno di mantenimento la cui misura verrà decisa dal giudice, in relazione unicamente all’interesse dello stesso minore e garantendo loro lo stesso tenore di vita precedente. Per stabilire sino a quando i genitori devono mantenere i figli, bisogna fare riferimento ad alcune importanti pronunce della Suprema Corte di Cassazione: il dovere dei genitori di mantenere la prole non cessa con la maggiore età ma quando i giovani conseguono un reddito che li renda autosufficienti.

Con la legge n. 151 del 1975 “Riforma del diritto di famiglia, sono stati modificati alcuni articoli del Codice Civile del 1942, riguardanti i rapporti famigliari. La riforma ha, ad esempio, abrogato la discriminazione fra figli “legittimi”, nati cioè in costanza di matrimonio, e figli definiti “illegittimi” (oggi definiti “naturali”), nati fuori dal matrimonio. La norma ha reso possibile da parte del genitore il riconoscimento e determinato l’uguaglianza tra figli legittimi e naturali anche relativamente ai diritti successori. Con la riforma del 1975, inoltre, la soggezione dei figli ai genitori, prevista dall’art. 316 c.c., è stata temperata dalla norma dell’art. 147 c.c. L’art. 147 c.c. impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli; l’articolo riprende l’art. 30 della Costituzione, affermando l’obbligo di mantenimento, di istruzione e di educazione dei figli che spetta ai genitori nei confronti del figlio, indipendentemente dal suo status e dalle vicende personali dei genitori.  Ancora, il Codice Civile disciplina l’esercizio della potestà dei genitori.  Il citato art. 316 c.c. detta: “Il figlio è soggetto alla potestà dei genitori sino all’età maggiore o alla emancipazione. La potestà è esercitata di comune accordo da entrambi i genitori (…)”. La legge del 1975 ha riformulato il concetto di potestà, un tempo potere esclusivo del padre, estendendola anche alla madre, parlandosi oggi di “potestà genitoriale”, esercitata da entrambi i genitori, e non più di “patria potestà”. Quando, poi, la condotta di uno o entrambi i genitori appare pregiudizievole al figlio, il giudice può adottare i provvedimenti necessari: il giudice può pronunciare la decadenza dalla potestà quando il genitore viola o trascura i doveri ad essa inerenti o abusa dei relativi poteri con grave pregiudizio del figlio; per gravi motivi, il giudice può altresì ordinare l’allontanamento del figlio dalla residenza famigliare, ovvero l’allontanamento del genitore o convivente che maltratta o abusa del minore.

Una ulteriore ipotesi di tutela civilistica nei confronti dei minorenni è rappresentata dal caso in cui sussista un conflitto d’interessi tra uno o entrambi i genitori con il minore. Un conflitto d’interessi può verificarsi, ogni qualvolta si presenti una situazione in cui la titolarità, in capo ad un genitore, della potestà sul figlio minore possa porsi in contrasto con l’interesse di quest’ultimo, anche solo in maniera potenzialmente lesiva (ad esempio nel caso in cui il genitore sia interessato al compimento di un atto che non avvantaggi la prole da esso rappresentato). Il giudice tutelare, ai sensi dell’art. 320 c.c., può nominare un curatore speciale, affinché questi promuova una causa relativa ad atti eccedenti l’ordinaria amministrazione oppure stia in giudizio in uno di tali procedimenti. Ai sensi del successivo art. 321 c.c., il giudice può nominare un avvocato come curatore speciale, affinché promuova una causa che risponda all’interesse prevalente del minore, di fronte all’inerzia o disinteresse dei propri genitori.

Il principio secondo il quale un minore ha diritto di mantenere un rapporto stabile e continuativo con entrambi i genitori (art 337 ter c.c.) viene perseguito attraverso l’affido condiviso, a tutela della bigenitorialità,  nonostante i genitori siano separati o divorziati. Nel 2006 la legge n. 54 ha modificato l’articolo 155 c.c., il quale disciplina il tema dell’affidamento dei minori conseguente alla rottura dell’unità famigliare. In precedenza il minore veniva affidato in via esclusiva al genitore che pareva essere maggiormente in grado di seguirne la crescita, mentre ad oggi il nuovo diritto alla bigenitorialità trasforma il figlio in soggetto di diritto e non più oggetto di spartizione fra i genitori: egli ha il diritto di continuare a ricevere da entrambi i genitori affetto, mantenimento, cura, educazione ed istruzione, a prescindere dal collocamento dall’uno o dall’altro. In seguito alla cessazione del matrimonio e della convivenza tra i genitori, dunque, il giudice deve disporre l’affidamento dei figli minori: la regola prevede l’affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori, che esercitano la responsabilità genitoriale, partecipano all’educazione dei figli, prendono le decisioni di maggiore interesse per i minori, delle quali costituiscono un esempio, quelle relative alla scuola, alla salute e all’educazione; tuttavia è possibile l’affidamento esclusivo del figlio minore a uno dei genitori, se l’affidamento condiviso sia contrario all’interesso del figlio (art. 337 quater c.c.). L’affidamento esclusivo costituisce soluzione eccezionale, consentita esclusivamente ove risulti, nei confronti di uno dei genitori, una condizione di inidoneità manifesta o comunque tale da rendere l’affidamento condiviso in concreto pregiudizievole e contrario all’interesse esclusivo del minore; spetta al giudice decidere quale delle due forme di affido prediligere sulla base dell’interesse del minore. Peraltro, sempre a tutela dell’interesse del minore, il diritto di visita (il diritto/dovere di ciascuno dei genitori di conservare il proprio rapporto affettivo ed educativo con i figli minori anche a seguito della separazione) può essere escluso o limitato in casi particolari e laddove la concessione della visita produca una potenziale lesione dell’equilibrio psicofisico del minore.

La riforma del 2006 ha, inoltre, introdotto nel Codice l’art. 155 sexies c.c., in base al quale il minore degli anni dodici o anche di età inferiore, se ritenuto capace di formulare un giudizio e di scegliere, deve essere ascoltato dal giudice nel procedimento di separazione dei genitori. E’ frequente che, in ambito civile,  l’ordinamento disponga l’ascolto del minore e consideri vincolante la sua volontà: anche nella procedura di adozione, ad esempio,  è richiesto il consenso del minore che sarà adottato se ha compiuto 14 anni; altresì n caso di contrasto fra i coniugi, il giudice attribuisce rilevanza anche alle opinioni espresse dai figli che hanno compiuto i 16 anni. Infine in caso di questioni riguardanti la potestà il giudice può sentire il figlio maggiore degli anni 14.

La legge disciplina anche i casi in cui si procede a nominare un tutore, i quali ricorrono quando il minore sia orfano di entrambi i genitori, sia figlio di ignoti, sia stato dichiarato adottabile ed si trovi in attesa di essere adottato, nel caso in cui ai genitori sia stata tolta la potestà genitoriale o sia stata sospesa in seguito a condanna penale, o infine nel caso in cui il minore abbia genitori lontani o latitanti. Il Tutore ha la cura della persona del minore, lo rappresenta in tutti gli atti civili e ne amministra i beni. In base all’art. 348 del Codice Civile, bisogna valutare in primo luogo se il genitore del minore, che ha esercitato per ultimo la potestà genitoriale, ha designato specificamente qualcuno a svolgere il ruolo di tutore; la designazione può essere fatta per testamento, o per atto pubblico o scrittura privata autenticata, ed è efficace la designazione fatta alla stessa persona, dai genitori in due atti separati. Nel caso in cui vengano designate persone diverse il giudice tutelare non sarà vincolato nella scelta della persona del tutore non potendo dare prevalenza all’indicazione data da uno degli esercenti la potestà piuttosto che a quella dell’altro. Infine, se la designazione è mancante, ovvero se gravi motivi si oppongono alla nomina della persona designata, la scelta viene effettuata dal giudice tutelare preferibilmente tra gli ascendenti o tra altri parenti prossimi, sebbene non sia obbligatorio che si tratti di un parente. In ogni caso la scelta deve cadere su persona idonea, di ineccepibile condotta, la quale educhi ed istruisca il minore. Anche in caso di  nomina di un tutore è necessario procedere all’ascolto del minore che abbia raggiunto l’età di sedici anni.

 

c. LA PUBBLICAZIONE Di IMMAGINI DI MINORI

Prima di tutto il termine “pubblicazione” include qualsiasi mezzo che renda pubblica l’immagine. Precisiamo che fare foto a persone sconosciute in pubblico non è vietato da nessuna norma nel nostro ordinamento, ma nel caso in cui si intenda pubblicare tali foto vi sono determinate norme da seguire. La questione si fa ulteriormente complessa se le foto in questione sono relative a minori. Un primo punto di riferimento è la Convenzione di New York del 1989 che vieta di fotografare e pubblicare le foto di minori: il bambino non può essere oggetto di interferenze arbitrarie o illegali nella sua vita privata, nella sua famiglia, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza, specialmente se questo comporta anche affronti illegali al suo onore e alla sua reputazione. Il nostro ordinamento, che si pone sulla stessa lunghezza d’onda, fornisce una ulteriore forma di tutela per i minori, in particolare nel loro diritto alla privacy ed all’immagine, disciplinando e regolando in maniera restrittiva la pubblicazione di immagini o altri contenuti multimediali su internet. Il diritto all’immagine costituisce difatti un’esplicazione del diritto fondamentale all’identità personale, connesso al diritto alla riservatezza, legislativamente tutelato; la condivisione di immagini di minori sui social può potenzialmente produrre danni di identità o personalità del bambino stesso. Ecco perché negli anni la regolamentazione della tutela dei diritti dei minori ha incluso normative specifiche per gli ambiti dei social network e della tecnologia in generale: la materia è regolata dall’art. 10 c.c., concernente l’abuso dell’immagine altrui, nonché dal d.lgs. del 2003 n. 196, il Codice in materia di protezione dei dati personali o Codice della privacy, il quale tutela la riservatezza dei dati personali. In primo luogo per la pubblicazione di immagini o file multimediali riguardanti il minore è necessario il consenso di entrambi i genitori; per la pubblicazione è sempre necessaria l’autorizzazione tramite la liberatoria e non solo: la pubblicazione dovrà rispettare in maniera rigorosa il decoro, la reputazione e l’immagine del minore  e, per quel che concerne la pubblicazione di soggetti minori di età ma già quattordicenni, sarà necessario il parere degli stessi. Il discorso cambia se la pubblicazione è effettuata da soggetti pubblici (per esempio le scuole) o da privati per scopi commerciali, professionali o comunque di profitto (a scopo di lucro); in tali ipotesi, il consenso deve essere espresso necessariamente per iscritto e dopo aver fornito all’interessato l’informativa sulla privacy. La tutela del diritto all’immagine del minore è particolarmente stringente: non è lecito pubblicare foto di bambini senza consenso scritto, anche se a farlo è un parente stretto, e si configurerà un illecito di natura civile; sarà possibile provvedere in via d’urgenza all’inibitoria di ogni pubblicazione per il futuro ed alla rimozione delle foto già pubblicate. In caso, poi, di pubblicazione da parte di un genitore senza consenso dell’altro genitore si verificherà una violazione delle norme regolanti la potestà genitoriale. Si rientra, invece, nell’ambito penalistico, nel caso in cui l’immagine, pubblicata senza i dovuti consensi, sia stata utilizzata per trarre profitto per sé o per altri, o per recare ad altri un danno: si configura in tal caso, infatti, il reato ex art. 167 del Codice della Privacy rubricato Trattamento illecito di dati”.

 

d. LA TUTELA DEL MINORE STRANIERO 

La condizione del minore straniero in Italia è soggetta a forme particolari di tutela e di protezione. Il Testo Unico sull’immigrazione dispone che in tutti i procedimenti amministrativi e giurisdizionali deve essere preso in considerazioni, con carattere di priorità, il superiore interesse del fanciullo, conformemente a quanto previsto dalla Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989.

Al minorenne extracomunitario che entra in Italia, anche se in modo illegale, sono riconosciuti tutti i diritti garantiti dalla Convenzione del 1989.

In primo luogo è riconosciuto il diritto all’unità familiare: i figli minori a carico possono entrare in Italia con un visto per ricongiungimento familiare qualora il genitore straniero sia già regolarmente soggiornante in Italia e titolare di permesso di soggiorno; nella previsione sono compresi anche i figli di uno solo dei coniugi ovvero i figli nati fuori dal matrimonio. La normativa sull’immigrazione prevede anche il ricongiungimento in favore del minore già regolarmente soggiornante in Italia, che debba riunirsi con il genitore straniero residente all’estero.

Tutti i minori stranieri, anche privi di permesso di soggiorno, hanno inoltre il diritto all’istruzione, ossia di essere iscritti alla scuola, non solo dell’obbligo, ma di ogni ordine e grado.

Viene garantito anche il fondamentale diritto alle cure: i minori stranieri titolari di permesso di soggiorno devono altresì essere iscritti obbligatoriamente, da chi ne esercita la potestà o la tutela, al Servizio sanitario nazionale, con il conseguente diritto di accedere a tutte le prestazioni sanitarie offerte; i minori stranieri senza di permesso di soggiorno non possono iscriversi al SSN, ma hanno comunque diritto alle cure ambulatoriali e ospedaliere essenziali, a quelle urgenti e a quelle continuative, a quelle per malattie e infortuni ed alle vaccinazioni.

Al fine di avere bene presente il quadro generale in caso di minorenni stranieri che entrano in Italia, essi possono trovarsi in una delle seguenti condizioni:

  • il minore può essere temporaneamente accolto nel territorio dello Stato: si tratta del minore entrato in Italia nell’ambito di programmi solidaristici di accoglienza temporanea (promossi da enti, associazioni o famiglie), oppure del minore seguito da uno o più adulti con funzioni di sostegno, guida e accompagnamento;
  • il minore può definirsi accompagnato: il minore che sia, cioè, affidato con provvedimento formale a qualunque parente entro il terzo grado, regolarmente soggiornante in Italia;
  • oppure il minore può essere non accompagnato: ovverosia privo dei genitori o di altri adulti legalmente responsabili della sua assistenza o rappresentanza, in Italia.

Merita un approfondimento la posizione, particolarmente fragile, dei minori che arrivano in Italia non accompagnati. Nella nozione di minore straniero non accompagnato rientra anche il minore che entra in Italia con i flussi migratori accompagnato da parenti che non hanno una rappresentanza legale dello stesso. La Legge n. 47/2017, rubricata “Disposizioni in materia di protezione dei minori stranieri non accompagnati”, rappresenta una risposta pienamente aderente alle indicazioni comunitarie e mira a garantire il superiore interesse del minore, sancendo il divieto assoluto di respingimento alla frontiera del minore non accompagnato nonchè garantendo ai minori extracomunitari condizioni paritarie ai cittadini europei: ogni bambino e bambina, arrivato in Italia senza essere accompagnato da un adulto di riferimento, ha infatti il diritto a rimanere nel paese; i minori stranieri non accompagnati devono essere equiparati a tutti gli effetti ai loro coetanei italiani ed europei, e non possono essere né respinti alla frontiera né, salvo casi eccezionali, espulsi.

 

 

In conclusione del presente articolo vogliamo ricordarvi che è consigliabile rivolgersi ad un legale per avere sostegno ogni volta in cui è necessario tutelare l’interesse di un minore. La figura dell’avvocato che si occupa della tutela dei minorenni, esperto in diritto familiare, è deputata alla tutela dell’interesse del minore ed agisce in giudizio per la protezione dei suoi diritti ed interessi, in casi quali, ad esempio, le cause di affidamento, il recupero di assegni di mantenimento non versati, le cause penali, la limitazione o decadenza dalla responsabilità genitoriale, i conflitti d’interesse incorsi tra genitori e prole minore, ovvero tra genitori sulle scelte riguardati i figli, e ancora per le dichiarazioni di adottabilità del minore o per i riconoscimenti di paternità.

 

Se desiderate maggiori informazioni potete contattarci al 051 – 235270, oppure via mail, all’indirizzo segreteria@studiolegalerolli.it


  1. Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, New York, 20 novembre 1989

  2. ZANGHI’ C., La protezione internazionale dei diritti dell’uomo, sito Unicef in http//:www.unicef.it

  3. MORO A. C., Manuale di diritto minorile (a cura di Luigi Fadiga), Zanicheli, 2019

  4. Legge n.151 del 1975, “Riforma del diritto di famiglia”

  5. Legge 28 marzo 2001, n. 149, “Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, recante «Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori», nonché al titolo VIII del libro primo del codice civile”

  6. Legge 8 febbraio 2006 n. 54, “Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento”

  7. Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n. 196 “Codice in materia di protezione dei dati personali”

  8. D.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, “Testo Unico sull’immigrazione”

  9. Legge n. 47/2017, “Disposizioni in materia di protezione dei minori stranieri non accompagnati”

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