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LO STUDIO COMMENTA: omicidio Vannini, sentenza di appello bis

In considerazione dell’interesse mediatico della vicenda del ventenne ucciso da un colpo di arma da fuoco la notte tra il 17 e il 18 maggio del 2015, lo Studio legale Rolli & Partners ricostruisce brevemente i fatti e commenta la sentenza n. 22 del 2020.

A Cura di: Avv. Claudia Ruffilli

Autorità: Corte d’assise d’appello di Roma, Sez. II

Data: 30 settembre 2020 – 29 ottobre 2020

Leggi qui la sentenza: Sentenza n. 22-2020

IL FATTO

Marco Vannini, ventenne di Cerveteri, viene ucciso nella notte fra il 17 ed il 18 maggio 2015 a Ladispoli (Roma). Il ragazzo si trova nella villetta della famiglia Ciontoli insieme alla fidanzata Martina Ciontoli, ai genitori della ragazza, Antonio Ciontoli, sottufficiale della Marina Militare, e Maria Pezzillo, al fratello Federico Ciontoli ed alla fidanzata di quest’ultimo, Viola Giorgini. Secondo il racconto di tutti gli imputati intorno alle ore 23 Marco sta facendo una doccia nel bagno, dove è presente anche Martina, quando Antonio Ciontoli entra per prendere due pistole che lì aveva riposto e, credendo la Beretta calibro 9 scarica, fa esplodere un colpo, che ferisce Marco ad un braccio. Solo quaranta minuti dopo viene fatta la prima di una serie di chiamate al 118: si parla prima di uno scherzo, poi di una ferita provocata da un pettine, ed anche di un attacco di panico di Marco. Dalle registrazioni delle telefonate al 118 si riconosce Marco lamentarsi dal dolore ed urlare. A mezzanotte e 23 minuti arrivano i soccorsi ma nessuno dei presenti fa menzione del colpo di arma da fuoco. Antonio Ciontoli parla per la prima volta di un colpo partito accidentalmente a mezzanotte e 54 minuti, presso il Posto di primo intervento di Ladispoli, dove è stato portato il giovane. Poche ore dopo Marco Vannini muore a causa di una emorragia interna causata dal proiettile che dal braccio ha attraversato il torace ed il cuore, conficcandosi nel costato. Secondo il personale medico se i soccorsi fossero stati tempestivamente attivati avrebbero salvato la vita del ragazzo.

LA QUESTIONE ALLA BASE

La questione che i giudici hanno dovuto affrontare a partire dal primo grado di giudizio è la seguente: se le condotte ascritte agli imputati nella vicenda siano tali da configurare in capo ad essi l’elemento psicologico del dolo oppure della colpa, nelle loro diverse gradazioni.

L’elemento psicologico, o soggettivo, del reato consiste nella coscienza del soggetto della propria azione (od omissione); esso deve necessariamente persistere affinchè si possa configurare una fattispecie di reato. L’elemento soggettivo tipico dei reati dolosi consiste nel DOLO: in questo caso l’autore del reato agisce con coscienza e volontà delle conseguenze delle proprie azioni avendo di mira l’evento causato. I reati colposi presentano invece l’elemento soggettivo della COLPA: l’evento lesivo non è voluto ma è correlato alla violazione di regole cautelari: queste regole sono sia scritte (leggi, regolamenti, ordini o discipline) sia non scritte (si parla in questo caso di negligenza, imprudenza o imperizia), ed impongono alcune cautele necessarie al fine di impedire la messa in pericolo di determinati beni giuridici.

Gli elementi soggettivi del dolo e della colpa possono essere, poi, diversamente graduati:

Fra le gradazioni del dolo, che possono manifestarsi nei reati, quali ad esempio l’omicidio volontario ex art. 575 c.p., segnaliamo:

  • l’ipotesi base, costituita dal dolo intenzionale: l’evento causato è intenzionale, voluto.
  • il dolo eventuale, caratterizzato da tre elementi: l’evento che si verifica, come la morte, non è voluto dall’agente (altrimenti si tratterebbe di dolo intenzionale); il soggetto ha tuttavia di mira un evento, se pur diverso da quello causato (perchè vi deve essere comunque una volontà diretta ad un evento, altrimenti non potrebbe parlarsi di dolo ma tutt’al più di colpa); il soggetto si rappresenta comunque la verificazione del primo evento non voluto come conseguenza collaterale, probabile o possibile, della propria condotta.

Fra le gradazioni della colpa, tipiche dei reati colposi, quali ad esempio l’omicidio colposo ex art. 589 c.p, segnaliamo:

  • l’ipotesi base della colpa semplice: l’evento causato non è voluto (a differenza che nel caso del dolo intenzionale) ma è tuttavia prevedibile ed evitabile tramite l’adozione delle regole cautelari, che invece vengono disattese.
  • la forma più grave della colpa cosciente, caratterizzata da tre elementi allo stesso modo del dolo eventuale: l’evento tipico previsto dalla norma non è voluto (altrimenti non si tratterebbe di colpa); il soggetto non ha di mira alcun evento lesivo ma pone in essere una condotta colposa che viola le regole cautelari; il soggetto si rappresenta la verificazione dell’evento non voluto come una conseguenza possibile della propria condotta colposa (per questo motivo è una forma più grave della colpa semplice).

In entrambi i casi, sia nel dolo eventuale che nella colpa cosciente, il soggetto si rappresenta la possibilità che si realizzi l’evento, pur non voluto. Come distinguere, dunque, i due elementi psicologici?                             In assenza di una normativa sul tema, la giurisprudenza maggioritaria è concorde nel sostenere che: in caso di dolo eventuale l’agente accetta il rischio che l’evento non voluto si verifichi, mentre in caso di colpa cosciente il soggetto agisce nella convinzione che l’evento non voluto non si verificherà, confidando nell’intervento di fattori impeditivi o interruttivi del nesso causale tra l’evento e la propria condotta.

Costituisce un punto focale sul tema la storica sentenza Thyssenkrupp del 24 aprile 2014 n. 38343 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. La sentenza elabora, infatti, per la prima volta, il c.d. criterio dell’accettazione del rischio, come discrimine fra dolo eventuale e colpa cosciente. Inoltre le Sezioni Unite stabiliscono che l’indagine sulla accettazione del rischio da parte del soggetto agente debba fondarsi su una serie di indicatori: del lungo elenco vale la pena citare il comportamento del soggetto successivo al fatto di reato, la personalità e le esperienze pregresse dell’agente, il fine della condotta illecita, nonchè la considerazione che l’agente si sarebbe o meno trattenuto se avesse avuto certezza della verificazione dell’evento. Quest’ultimo indicatore era già noto in giurisprudenza come c.d. Formula di Frank.

LO SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  • Processo di primo grado

Il processo di primo grado si è concluso il 18 aprile 2018 presso la Corte d’Assise di Roma. Antonio Ciontoli viene condannato a 14 anni di reclusione per omicidio volontario ex art. 575 c.p. con dolo eventuale; “Antonio Ciontoli lasciò morire Marco Vannini per evitare guai sul lavoro” è la frase, contenuta nelle motivazioni della sentenza. La Corte si rifà alla storica pronuncia sul caso Thyssenkrupp: e riconosce il dolo eventuale in capo al solo Antonio Ciontoli, in quanto, nel tenere la condotta successiva al ferimento, aveva accettato il rischio dell’evento della morte di Marco Vannini. Al contrario i figli, Martina e Federico Ciontoli, e la moglie, Maria Pezzillo vengono condannati a tre anni di reclusione per omicidio colposo con colpa semplice, poiché secondo i giudici “non avevano, al momento del fatto, una cognizione della reale gravità dell’accaduto pari a quella dell’imputato principale” e pertanto, non avevano messo in atto le necessarie cautele al fine di impedire la morte di Marco. La colpa, si badi bene, è graduata in colpa semplice, e non in colpa cosciente, in quanto secondo la Corte non avevano accettato il verificarsi dell’evento morte come possibile conseguenza delle loro azioni ed omissioni. La Corte assolve infine Viola Giorgini dal reato di omissione di soccorso di persona ferita (art 593 c.p.), per cui era imputata.

  • Processo di secondo grado (appello)

In sede di giudizio di appello, il 29 gennaio 2019, la condanna per il Ciontoli viene ridotta a 5 anni di reclusione: la Corte d’Assise d’Appello di Roma riqualifica i fatti e “derubrica” il reato in omicidio colposo ex art 589 c.p., aggravato dalla colpa cosciente. Ai fini della distinzione tra dolo eventuale e colpa cosciente, i giudici fanno particolare riferimento ed applicano uno degli indicatori di discrimine elencati dalla sentenza Thyssenkrupp, noto come formula di Frank: secondo la Corte il Ciontoli si sarebbe astenuto dal compiere l’evento se avesse avuto certezza della verificazione dell’evento e, pertanto, non può che qualificarsi in capo a quest’ultimo l’elemento soggettivo della colpa; in particolare la colpa cosciente, nel senso del prospettarsi della possibilità del verificarsi dell’evento morte, ma con la convinzione che non si sarebbe verificato, confidando nell’intervento di fattori esterni impeditivi.

La sentenza di primo grado è, invece, confermata per gli altri familiari, e per la Giorgini.

  • Processo dinnanzi alla Corte di Cassazione (terzo grado di giudizio)

A seguito della pronuncia di secondo grado tutte la parti hanno proposto ricorso per Cassazione. Il 7 febbraio 2020 la Prima Sezione penale della Corte di Cassazione annulla la sentenza d’appello con rinvio: i giudici di legittimità ritengono che si renda necessario un nuovo giudizio di merito (nello specifico un nuovo processo di appello) che si conclude con una nuova pronuncia, destinata a sostituire quella annullata. La Cassazione imputa ai giudici dell’appello una errata interpretazione della sentenza Thyssekrupp, ed in particolare un errato utilizzo dell’indicatore della c.d.formula di Frank. Per citare le parole della Corte di Cassazione “Deve ritenersi manifestamente illogica la circostanza che il Ciontoli abbia agito per evitare conseguenza dannose per il proprio lavoro e la propria famiglia (…) Il comportamento del Ciontoli, successivo all’esplosione del colpo doveva essere ritenuto in continuità con la condotta precedente ed, anzi, rafforzativo del dolo eventuale”.

Anche in riferimento agli altri componenti della famiglia Ciontoli le conclusioni della Corte d’Assise d’appello vengono ritenute contraddittorie e manifestamente illogiche quanto al disconoscimento dell’elemento del dolo eventuale.

  • Giudizio di appello bis (giudizio di rinvio) – Sentenza n. 22/2020

Il secondo processo d’appello si è tenuto il giorno 30 settembre 2020 e si è concluso con la sentenza n. 22/2020.

In tema di distinzione fra dolo eventuale e colpa cosciente, nelle motivazioni della sentenza, depositate lo scorso 29 ottobre, la c.d. massima che si legge nella sentenza in commento è la seguente:

“Mentre nel dolo intenzionale il soggetto agisce prevedendo e volendo l’evento come conseguenza della propria azione od omissione, nel dolo eventuale l’agente, ponendo in essere una condotta diretta ad altri scopi, si rappresenta la concreta possibilità del verificarsi di ulteriori conseguenze della propria azione (da lui non volute perché si ricadrebbe nell’ipotesi del c.d. dolo intenzionale) e, nonostante ciò, agisca accettando il rischio di cagionarle, a differenza che per la colpa cosciente che sussiste allorché il soggetto agisca per un determinato fine pur rappresentandosi la possibilità che possa verificarsi un evento diverso e più grave, non soltanto da lui non voluto ma nella assoluta convinzione di poterne evitare l’accadimento.”

La Corte d’Assise d’Appello riqualifica nuovamente il fatto di reato contestato ad Antonio Ciontoli, da omicidio colposo aggravato da colpa cosciente ad omicidio volontario con dolo eventuale ex art. 575 c.p., e condanna definitivamente Antonio Ciontoli a 14 anni di reclusione. A parere dei giudici il Ciontoli non ha agito nella assoluta convinzione di poter evitare l’evento morte, come richiederebbe l’elemento della colpa cosciente; al contrario ha pienamente accettato il rischio di causare la morte di Marco con le proprie condotte. Sulla scorta delle indicazioni della Corte di Cassazione, i giudici ritengono illogica l’affermazione per cui se Antonio Ciontoli avesse avuto certezza della verificazione dell’evento si sarebbe certamente astenuto dalla condotta illecita successiva al ferimento (formula di Frank). Difatti, in assenza delle dichiarazioni di Marco Vannini il Ciontoli poteva sperare di accreditare la tesi dell’omicidio colposo (come verificatosi in effetti in secondo grado) per salvaguardarsi dal punto di vista lavorativo; il decesso era preferibile per l’imputato, in termini di convenienza personale. La Corte considera i depistaggi messi in atto dal Ciontoli con l’aiuto dei familiari, quali la pulizia delle superfici delle pistole e del bossolo e la pulitura delle tracce di sangue: la ferita provocata a Marco avrebbe dovuto senza ombra di dubbio sanguinare copiosamente, ma sulla scena sono state rinvenute solo poche tracce di sangue; vengono altresì considerate le menzogne che il Ciontoli e gli altri, rivolgono ai soccorritori, sia durante le telefonate al 118 che dopo il loro intervento sul posto, nonché l’accordo che il Ciontoli ed i componenti della famiglia tentano di raggiungere tra loro su quanto dichiarare, nelle fasi recedenti all’interrogatorio, durante le quali erano stati sottoposti ad intercettazioni ambientali.

Il collegio giudicante riqualifica il fatto anche nei confronti degli altri componenti della famiglia Ciontoli, e li condanna definitivamente ad 9 anni e 4 mesi di reclusione per omicidio volontario con dolo eventuale ex art. 575 c.p. La Corte d’Assise d’Appello afferma che essi hanno aderito consapevolmente alla condotta tenuta da Antonio Ciontoli, pur rendendosi conto delle conseguenze che essa avrebbe avuto, accettando anch’essi il rischio dell’evento morte. Tale conclusione, si legge nella sentenza, risulta ricavabile da una serie di circostanze: prime fra tutte le spiegazioni inverosimili degli atteggiamenti assunti dagli imputati. Basti aver riguardo al fatto che il rumore provocato da un colpo di arma da fuoco è pari a 110 decibel ed è classificato come secondo rumore maggiormente invasivo dopo quello del martello pneumatico; allora viene da chiedersi come sia possibile che un tale rumore, simile certamente ad un esplosione (percepita anche dai vicini di casa), venga da tutti descritto come “un tonfo di un oggetto che cade”. Ma soprattutto, una volta accertato il ferimento di Marco e visto il bossolo e le pistole in bagno, non è immaginabile come qualcuno possa credere alla versione del “colpo d’aria” propinata ai familiari da Antonio Ciontoli. In secondo luogo la Corte fa riferimento al fatto che, dopo il ferimento, tutti i Ciontoli, a vario titolo, “presero parte alla gestione delle conseguenze dell’incidente”: informandosi su quanto accaduto, recuperando la pistola e riponendola in un luogo sicuro, mentendo ai soccorsi, pulendo le tracce di sangue, nonché tentando di accordarsi su quanto dichiarare. Per tutti questi motivi la Corte afferma la penale responsabilità dei familiari del Ciontoli per il reato di omicidio volontario, in concorso anomalo, fattispecie disciplinata dall’art.116 c.p.: qualora il fatto di reato commesso sia diverso da quello voluto da uno dei concorrenti quest’ultimo ne risponde comunque se l’evento è conseguenza di una sua azione od omissione.  Secondo i giudici è “assolutamente certa, alla luce di tutti gli elementi raffigurati a loro carico, una accettazione da parte di detti familiari di un evento meno grave e diverso da quello ravvisato ed accettato da Ciontoli Antonio, cioè quello delle lesioni anche gravi in danno del Vannini”. E’ pur vero che l’evento morte è stato provocato ed è conseguenza delle azioni od omissioni operate da tutti i componenti della famiglia: di conseguenza è evidente l’operatività del concorso anomalo.

Infine, la Corte d’Assise d’Appello conferma l’assoluzione per Viola Giorgini.

 

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